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SCUOLA DI TEATRO E CINEMA

compagnia stabile • centro di produzione video, teatrale, cinematografico e letterario

| TPO Storia locale

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della storia polesana trattati dal Tpo

R

RADICI   MARTA

(Buenos Ayres, 1901 – Rovigo, 1978)

 

Nata da genitori italiani, si trasferì in Italia con la famiglia, ad Adria e si laureò in medicina all'Università di Padova. Specializzatasi in clinica pediatrica, approfondì i suoi studi lavorando con Frugoni, Comba e Frontali. Fu, in Italia, una delle prime donne ad assumere un primariato ospedaliero. Per 26 anni diresse la divisione pediatrica e il reparto malattie infettive dell'Ospedale Civile di Rovigo. La microcitemia e il morbo di Cooley furono oggetto preminente della sua attività di studiosa. Fu socia dell'Accademia dei concordi di Rovigo.

Ha pubblicato una cinquantina di opere di carattere scientifico, clinico e sociale, incentrate sulla pediatria e sulla microcitemia.

 

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RANZANI   MASSIMO

Nato a Ferrara il 24 marzo 1974, il capitano Massimo Ranzani, ucciso in Afghanistan il 28 febbraio 2011, abitava a Santa Maria Maddalena, nel comune di Occhiobello, dove aveva la residenza con i genitori. L'alpino cadde in Afghanistan nell'esplosione che ha investito un mezzo corazzato Lince nei pressi di Shindand alle 12.45 del 28 febbraio 2011. Ranzani, appartenente al Quinto Reggimento alpini, con sede a Vipiteno (Bolzano), aveva svolto servizio a Belluno per qualche anno, fino al 2004, come sottufficiale, prima di diventare ufficiale.

 

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RASI   GAETANO

(Lendinara, 15 maggio 1927)

 

Politico ed economista italiano. Docente universitario di Politica economica, economista e giornalista. Intellettuale da sempre vicino al Movimento Sociale Italiano. Negli anni sessanta fece parte dell'Istituto nazionale di studi politici ed economici. Per anni fu l'anima dell'Istituto di Studi corporativi, un punto di riferimento di studi e di strategia della politica economica del MSI[1],[2].

Consigliere di Amministrazione dell'Agenzia per il Mezzogiorno dal 1986 al 1992. Responsabile economico di Alleanza Nazionale, nel gennaio 1995 è indicato come ministro per il commercio estero nel governo Dini, ma si dimette 24 ore dopo.

Nel 1996 fu eletto nel proporzionale in Piemonte, deputato alla Camera nella lista di AN, dove fu vice presidente della Commissione Attività produttive. Si dimise nel marzo del 2001, prima della scadenza naturale, perché eletto nell'Autorità Garante per la protezione dei dati personali.

È presidente dell'Istituto Carlo Alberto Biggini e della Fondazione Ugo Spirito per gli studi filosofici, giuridici ed economici.

 

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RAVELLI   FRANCESCO

(Ficarolo, 18 novembre 1853 – Milano, 29 giugno 1898)

 

Storico e politico. Con le sue opere “Pagine storiche di Ficarolo” (Zanichelli, 1883) e “Note, illustrazioni e documenti per la Storia di Ficarolo e antiche pertinenze” (manoscritto la cui stesura l’impegnò dal 1887 al 1895) fece ritrovare al padano paese natale importanti radici, ai più sconosciute, ricche di riferimenti culturali. Con Ravelli, il piccolo centro viene pertanto consacrato quale nucleo nevralgico di almeno cinque secoli di storia, politica e religiosa. Francesco Ravelli era chimico-farmacista ma, nella sua breve vita, si occupò di tutt’altro. Due furono le direttrici che seguì: quella di storico e studioso del territorio e quella d’oculato amministratore pubblico, che aveva a cuore il bene morale e civico, della sua comunità. Una parte di lui era dunque rivolta alla memoria, e da qui le sue ricerche storiche, mentre un’altra guardava al quotidiano, cioè alla qualità della vita dei suoi contemporanei. E in quest’ambito si mise in evidenza rivestendo per un certo periodo, la carica di Sindaco. Come fossero profondi, in Francesco Ravelli, il senso civico e la partecipazione allo sviluppo sociale è testimoniato dall’impulso determinante che diede per la costruzione di un edificio scolastico nuovo ed accogliente e per la fondazione, nel 1874, del Teatro Sociale, una necessità che rispondeva alle esigenze della popolazione locale e non solo. Come storico, con i suoi importanti lavori, riuscì a dare al territorio della Transpadana ferrarese, e al Comune di Ficarolo in particolare, esatte nozioni intorno al suo sviluppo. Evoluzione avvenuta tutta in simbiosi con il grande fiume e le sue rotte. Il Po è il deus ex machina di ogni avvenimento, e Ravelli, con la sua arte e la sua poetica, trasforma la storia ficarolese in una vera e propria epopea, con i suoi eroi ed i suoi dei, che cadono nell’acqua o da essa prendono vita. Nei suoi scritti parla dei Celti, i primi abitanti, dei Romani, degli Estensi, dei Veneziani e di altri ancora. Descrive i castelli, i monumenti, le chiese, i campanili, gli oratori e le scuole. Narra di re, regine e importanti ospiti, ma anche degli usi e costumi del popolo. Aveva da poco terminato la redazione del suo secondo, e definitivo, lavoro storico quando la morte lo colse improvvisamente, nella città della Madonnina, sul finire del secolo, senza che avesse avuto il tempo di dare alle stampe il frutto delle sue minuziose ricerche. Il cordoglio per la sua scomparsa fu ampiamente condiviso a Ficarolo e, per significare l’apprezzamento della comunità nei confronti dell’illustre personaggio, nel dicembre del 1898 il Consiglio Comunale s’impegnò, con una formale delibera, “di far stampare sì bella ed interessante opera, incaricando la Giunta a studiare un progetto sulla spesa occorrente, da presentarsi al più presto al Consiglio”. Ma le buone intenzioni non trovarono poi attuazione, tanto che sono dovuti passare quasi cento anni prima che quella delibera potesse concretizzarsi. Solo la sensibilità e l’amore per il proprio paese di Paolo Masiero, Sindaco del Comune altopolesano nei primi anni ‘90, ha permesso la pubblicazione del manoscritto ravelliano in una prestigiosa veste editoriale, in copie anastatiche.

 

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RICCHIERI   ANTONIO

(Rovigo, 1928 - 1999)

 

Antonio Ricchieri ha dedicato tutta la sua vita allo sport raggiungendo anche incarichi di grande prestigio a livello nazionale, tra cui la vicepresidenza della Figc. Discendente da una delle famiglie più antiche del Polesine, tra i suoi antenati c’è anche l’umanista del ‘400 Ludovico Ricchieri, detto il Celio Rodigino. Ha avuto due grandi passioni: lo sport e il giornalismo. Da giovane aveva un sogno nel cassetto: fare il calciatore, e per questo si è lanciato in questo sport con un grande entusiasmo, qualità che l’ha sempre accompagnato anche nella vita adulta, vestendo la maglia della Fulgor Duomo in terza categoria. Oltre al calcio, che lui definiva: da lui “giocato poco e male”, fece esperienza anche nel mondo dell’automobilismo, dove si distingueva meglio, tanto da partecipare a numerose gare, arrivando anche a classificarsi al sesto posto al campionato giornalisti d’Italia. Oltre allo sport Ricchieri collaborò, intorno agli anni ’50, con alcuni quotidiani di Rovigo e naturalmente diede la preferenza alla cronache sportive. Intanto si avvicinava al calcio non più come atleta, ma per l’amicizia con i dirigenti del Calcio Rovigo. Quando divenne presidente della squadra rodigina Mario Mantero, Ricchieri lo affiancò e in seguito da consigliere del “Rovigo” divenne consigliere regionale veneto della Federcalcio. Dopo otto anni ne diventò il presidente. A fianco, coltivò l’impegno nella dirigenza dell’Ac Rovigo fino all’inizio degli anni Settanta quando si dedicò anima e corpo alla Lega dilettanti. Quando poi il presidente Artemio Franchi – nel 1978 – lasciò la Lega Dilettanti per tornare alla Presidenza della F.I.G.C., subentrò a lui Antonio Ricchieri, eletto al termine di una turbolenta Assemblea che vide il Nord schierato con Ricchieri, il Centro con Cesare Camilletti e il Sud con Orazio Siino. Furono tante le contestazioni, gli interventi e le discussioni, che alla fine Artemio Franchi, che presiedeva l’Assemblea, perse la pazienza e, battendo il pugno sul tavolo, addirittura lo fece con tale forza da fratturarsi una mano. La presidenza di Antonio Ricchieri durò per 9 anni, nel corso dei quali vi furono importanti avvenimenti nella vita della Lega. Primo fra tutti l’aumento delle squadre, passate dalle 2.000 del 1960 e dalle 6.000 del 1971 alle oltre 9.000 e dai 100.000 atleti ai 600.000 del 1978. Un’altra data da ricordare è quella del 1981 perché in tale anno prese il via quello che fu chiamato Campionato Interregionale e che doveva costituire l’élite dell’attività della Lega, trattandosi di un trampolino per le società che desideravano salire nel calcio professionistico. Un anno particolarmente importante fu il 1982 perché vide, da una parte, il varo del nuovo Statuto della F.I.G.C. e dall’altra la splendida vittoria dell’Italia ai Campionati mondiali. Terminato il commissariamento della Figc ad opera di Carraro, nel 1988 Ricchieri fu eletto vicepresidente vicario della Figc, numero due in Italia dopo Matarrese. Partecipò come dirigente a tre mondiali, Spagna, Messico e Italia e due olimpiadi (Seul e Barcellona). Difese la sua Under 21 da polemiche e intromissioni, sostenendo Maldini contro la volontà di Matarrese. La grande soddisfazione gli giunse in Svezia con il primo dei tre campionati europei azzurri. Presidente del Calcio a cinque, di quello femminile e componente della Giunta del Totocalcio, era un realista, abituato a dire quel che pensava. Si sentiva troppo diverso dal “politico” Matarrese con cui non ebbe facile convivenza e cosi nell’estate del ’92 decise di non ricandidarsi. Ritornato nella sua “Rovighetto”, divenne Presidente del Panathlon club e del Circolo della Stampa. Nel 1992 Ricchieri ebbe l’idea di dedicare una palestra di Rovigo, la ex “palestrina” del “Paleocapa”, di proprietà della Provincia, all’uso prevalente dei disabili, non essendocene nessuna per loro in città. Portò questa idea in seno al consiglio del Panathlon che subito l’accolse con entusiasmo e fu portata avanti. Furono sensibilizzate la Provincia e soprattutto la fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che elargì un primo contributo seguito poi da uno successivo. La cosa andò avanti lentamente, e Ricchieri non ebbe modo di vedere la sua idea realizzata. Ma fu in seguito ripresa dal successivo presidente del Panathlon, Romeo Zurro. Terminata la palestra, nel 2002, l’Amministrazione Provinciale presieduta da Federico Saccardin ha deliberato di dedicarla a “Toni” Ricchieri. All’inaugurazione è intervenuto l’ex campione del mondo Franco Causio, iridato in Spagna con gli azzurri di Bearzot nel 1982, il presidente della Provincia Federico Saccardin e il neo presidente del Panathlon Bruno Piva.

 

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RICCHIERI   LUDOVICO

(Rovigo, 1469 – 1525)

 

Umanista, noto anche come Celio Rodigino, latinizzato in Caelius Rhodiginus. studiò filosofia morale a Ferrara sotto la guida di Nicolò Leoniceno e probabilmente giurisprudenza all’Università di Padova. Legato da un rapporto di amicizia con la nobile famiglia rodigina Silvestri, e in particolare con Girolamo, il Ricchieri ottenne l’incarico di professore di greco e latino a Rovigo dal 1491 al 1499 e ancora nel 1503. Negli anni successivi, a partire dal 26 maggio 1504, dopo la cosiddetta “cacciata” da Rovigo, insegnò in diverse città tra il Veneto e l’Emilia; in particolare nel 1505 fu a Vicenza dove, sotto la spinta degli eruditi locali, aveva iniziato a commentare con grande impegno i testi di Plinio, Cicerone ed altri autori. Fu poi a Milano dal 1511 al 1516, nonché in altre città. Nel 1516 pubblicò a Venezia (editore Aldo Manuzio) le Antiquae lectiones in 16 libri, vasta opera d'erudizione ripubblicata postuma nel 1542 (Basel, Froben) in una seconda edizione ampliata di 30 libri.

 

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RICCI   SERGIO

Famoso imitatore e comico portotollese, iniziò la sua carriera televisiva classificandosi finalista nella trasmissione “Stasera mi butto” condotta da Gigi Sabani, successivamente partecipando al programma “Ricomincio da due” condotto da Raffaella Carrà e nella trasmissione “Ciao Weekend”.

Sergio Ricci e' "infiltrato", nel cast di "Aria fresca" (Videomusic e Tmc) di "Su le mani!" (Raiuno) e "Va ora in onda" (Rai uno), ma proviene, come molti colleghi, dal mondo delle imitazioni. Sapendo cantare, e bene, Ricci ha fatto la spalla in tour di molti artisti italiani, soprattutto all'estero, viaggiando con i Pooh, Toto Cutugno, Ricchi e Poveri, Enrico Ruggeri, Amanda Lear, D'Angelo. Non solo imitazioni, comunque, ma anche la caratterizzazione del personaggio stralunato e pieno di cuore, estroverso come nel film "Scano Boa dannazione" assieme a Franco Citti. Attore completo - e il successo di Tony Corallo ne ha dimostrato ulteriormente le qualità - Sergio Ricci è stato ospite più volte a trasmissioni Tv quali "Maurizio Costanzo Show" e "Buona domenica" su Canale 5, "Colorado" su Raiuno. Nel dicembre 1998 entra a far parte del cast della trasmissione di Raiuno "Domenica in" condotta da Magalli e Solenghi.

Nel 1999 partecipa al film "Bagnomaria" di e con Giorgio Panariello, un grande successo di pubblico e di critica e partecipa alla trasmissione estiva di Raiuno "Sanremo estate". Nel 1999 è fra gli interpreti del film di Leonardo Pieraccioni "Il pesce innamorato", nel 2000 di “Vacanze di natale” di Carlo Vanzina, nel 2005 in “Baciami piccina” di Roberto Cimpanelli, nel 2007 nella  fiction per la Rai “Due cuori e un delitto”.

Ma è la sua attività televisiva e i suoi spettacoli che si sono sempre rinnovati senza sosta.

 

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RICCIARELLI   KATIA

(Rovigo, 18 gennaio 1946)

 

Katia Ricciarelli nacque in una famiglia poco agiata. La madre, abbandonata dal marito arruolatosi come volontario nella campagna nazifascista di invasione della Russia, fu costretta a crescere da sola tre figlie. Katia, ultimogenita, avuta dalla relazione con un altro uomo conosciuto durante un soggiorno lavorativo in Germania, dimostrò sin dall'adolescenza un forte interesse per il canto, svolgendo nel frattempo diversi lavori per sostenersi, tra cui la commessa dell'Upim a Rovigo, al reparto dischi. La madre, con grandi sacrifici economici, riuscì ad iscriverla al conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, dove Katia studiò con il celebre soprano Iris Adami-Corradetti.

Debuttò a Mantova nel 1969 con La Bohème e l'anno successivo al Regio di Parma col Trovatore, ma salì alla ribalta nel 1971 dopo aver vinto il concorso internazionale Voci Verdiane della Rai insieme al tenore Giuliano Bernardi, dove interpretò una selezione tratta da Il corsaro. Nel corso della sua carriera si esibì nei migliori teatri del mondo spaziando tra le opere di Puccini, Verdi, Rossini, Donizetti ed altri ancora, raggiungendo livelli di particolare eccellenza nella seconda metà degli anni '70 (Anna Bolena, Parma, 1977; Tancredi, New York, 1978). Dotata di notevoli qualità vocali, la Ricciarelli non ebbe tuttavia risolto interamente un problema tecnico di impostazione del registro acuto, causando un precoce declino dell'intera organizzazione vocale: le filature che la resero famosa diventarono sempre meno sicure e gli acuti sempre più precari. Negli anni ottanta il declino si fece progressivamente più evidente, causandole alcuni fiaschi, soprattutto di fronte a ruoli troppo spinti per le sue caratteristiche vocali. Ad esempio, nel 1983 la Ricciarelli cantò l'Aida alla Royal Opera House di Londra, forte dell'incisione di due anni prima e dell'irrobustimento della voce, ma fu fischiata a causa della difficoltà negli acuti estremi; tre anni dopo, fece il suo infelice debutto a Trieste con Norma (che poi ripeté a Tokyo), tant'è che il giorno dopo la rappresentazione la città fu tappezzata da cartelloni con scritto «Norma è morta». Inoltre fu nota la performance alla Scala del maggio 1989 con Luisa Miller, in cui la Ricciarelli riscosse un fiasco: alla fine dell'opera, la cantante uscì sul palcoscenico, infuriata, maledicendo tutti gli spettatori. Negli stessi anni ottanta, peraltro, la Ricciarelli iniziò una collaborazione decennale col Rossini Opera Festival di Pesaro e fu in grado di cogliere ancora successi notevoli, talora anche clamorosi, nel repertorio belcantista: Rossini stesso principalmente (Semiramide, Elena ne La donna del lago, Bianca in Bianca e Falliero a fianco di Marilyn Horne, Ninetta ne La gazza ladra, Madama Cortese nella storica prima ripresa assoluta de Il viaggio a Reims sotto la direzione di Abbado), ma anche Donizetti (memorabile fu soprattutto una smagliante Lucrezia Borgia a Bologna nel 1984). Intensa anche la sua attività discografica, divisa tra opere complete e recital. Tra le incisioni: il Tancredi live alla Carnegie Hall e la Tosca, più in generale le registrazioni datate anni '70, in cui l'assetto vocale era intatto. Nella sua attività lirica e concertistica collaborò spesso con José Carreras, Ruggero Raimondi, Agnes Baltsa, Samuel Ramey, Lucia Valentini Terrani, Plácido Domingo, Renato Bruson, Leo Nucci, ed è stata diretta da molti grandi direttori quali Riccardo Muti, Zubin Mehta, Herbert Von Karajan, Sir Colin Davis, James Levine, Claudio Abbado, Lorin Maazel, Carlo Maria Giulini, Georges Prêtre e Gianandrea Gavazzeni. Nel 1994, per i suoi venticinque anni di carriera, fu insignita del titolo di Kammersängerin a Vienna e di Grande Ufficiale della Repubblica Italiana. Sempre dal 1994 collaborò stabilmente col pianista Giovanni Velluti. Nel 1999 festeggiò il 30º anniversario di carriera con nuovi debutti operistici (Fedora di Giordano), concerti, mostre, un volume con la storiografia completa della carriera, un CD della Deutsche Grammophon con le arie più famose, oltre a numerose apparizioni televisive. Negli anni 2000 sfoltì la carriera operistica, limitando la sua attività al teatro Politeama di Lecce, dove debuttò in nuove opere: Werther (2001), Le convenienze e inconvenienze teatrali (2002), Rinaldo (2003). Sempre nel 2002 tenne dei concerti a Nuova Delhi, Cordoba, Buenos Aires, Cartagine e San José, cantando inoltre il ruolo principale nella première di una nuova opera, Il fantasma della cabina, andata in scena al teatro Donizetti di Bergamo il 13 dicembre. Fu in questo periodo che all'attività teatrale affiancò la nuova carriera di attrice, inizialmente in film televisivi e fiction, successivamente in film d'autore, ricoprendo tuttavia ruoli secondari. Nel nuovo millennio volse inoltre la sua attenzione ai musical, interpretando in tournée le commedie Caruso (2002) e Gloriosa (2008). Nel 2006 partecipò al reality show La fattoria, venendo eliminata alla semifinale e piazzandosi al quinto posto. Nel 2007 si candidò per la coalizione di centro-sinistra alle comunali di Rodi Garganico. La Ricciarelli, infatti, è stata solita passare le sue vacanze estive nella cittadina garganica. Dopo due mesi ritirò la sua candidatura in quanto incompatibile con i suoi impegni di carriera, ma restò lo stesso legata alla cittadina marinara che più volte le dimostrò la sua grande ospitalità. Non di rado, infatti, offrì ai rodiensi grande spettacolo della sua voce nel santuario della Madonna della Libera. Il 3 gennaio 2009 ricevette la cittadinanza onoraria di Pellezzano, comune in provincia di Salerno. Il 6 novembre 2009 festeggiò i 40 anni di carriera con un concerto al teatro La Fenice di Venezia duettando con le più grandi voci della musica classica e pop: da Mietta a Cecilia Gasdia, da Michael Bolton a Massimo Ranieri. Il concerto evento, condotto da Cristina Parodi, fu trasmesso il 19 dicembre, in prima serata, da Canale 5. Nel 2010 fu ospite fissa in qualità di giudice nella trasmissione Io canto su Canale 5, durante il programma duettò in Nessun dorma con il giovane tenore Michele Ferrauto, In quello stesso anno partecipò al film documentario Pupi Avati, ieri oggi domani di Claudio Costa, dedicato al regista Pupi Avati.

 

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RICCOBONI   ANTONIO

(Rovigo, 1541 – Padova, 1599)

 

Umanista e storico. Professore di eloquenza nell'Università di Padova. Fu autore di commenti alla Poetica e all'Etica di Aristotele. Dopo essere vissuto a lungo nel paese natale, dedicandosi all'insegnamento privato, nel 1570 si recò a Padova dove seguì gli studi universitari di diritto, laureandosi in breve tempo; nel 1572 ottenne la cattedra di umanità nella stessa università, succedendo a un vecchio e sorpassato maestro, il Faseolo. Documento assai significativo della sua posizione culturale e dei motivi e dei limiti della sua coscienza ‛retorica' è l'orazione De Studiorum laudibus, un'appassionata difesa della ‛retorica' contro l'incalzante squalificazione e vanificazione di essa da parte di medici, scienziati e giuristi.

Le sue opere, specialmente il De Hystoria liber (Basilea 1579) e la Poetica (Vicenza 1585) e, per lo spirito che l'anima, il De Gymnasio patavino, testimoniano in modo esemplare uno dei fatti più qualificanti della cultura letteraria del secondo Cinquecento, un fatto a cui è strettamente legata la fortuna di D. in quel tempo: la crisi della ‛ retorica ' e il progressivo divorzio tra ‛ retorica ' e dottrina. Le riserve del Bembo sulla scrittura della Commedia venivano capovolte e sviluppate su una prospettiva completamente diversa: le asprezze e le asperità della lingua dantesca venivano riscattate e giustificate in nome della profondità del pensiero e della dottrina: e la grandezza del poema sembrava affidata non a valori formali, bensì ai valori culturali ed etici.

Grande erudito, acuto studioso dei classici latini e greci, scrittore fecondo egli stesso, di lui si leggono ancora con grande interesse un profondo “Studio su la Poetica di Aristotile”, “Commenti” a varie orazioni e alle opere filosofiche ciceroniane. Antonio Riccoboni fu il capostipite di un'illustre famiglia di comici nonché commediografi italiani.

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RIZZI   LIVIO

(Rovigo, 25 giugno 1905 - 1960)

 

Soprannominato “Il poeta dei fiori”, per la sua attività di floricoltore, alla quale si dedicò giovanissimo, malgrado il suo diploma di maestro elementare. Ben presto si cimentò anche con la poesia, in lingua e in dialetto, con risultati che gli valsero premi e segnalazioni. La sua prima raccolta poetica dialettale, “Poesie per la me gente”, fu pubblicata nel 1949 e, nel 1955, tutta la sua opera in versi fu raccolta in “Poesie”. Fu il cantore di una Rovigo e di un Polesine autentici, in versi improntati a schiettezza e velati talvolta da un'ombra crepuscolare, incarnando così le diverse vocazioni della sua terra. Nel 1950/'51 organizzò una singolare Mostra nazionale della rosa, con l'apporto dei maggiori rosicoltori europei e con le tele di alcuni dei più importanti pittori italiani. Aprì la Piccola galleria del Polesine in uno dei suoi locali del negozio di fiori e diventò uno spazio culturale vivo ed intenso, dove esposero artisti famosi, come Levi, Guttuso, Tono Zancanaro e Berto. Ovviamente, oltre dai pittori, fu frequentata anche da letterati, poeti, giornalisti e un numero elevato di amici.

 

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RIZZIERI   ELENA

Soprano di fama internazionale nata a Grignano Polesine, per molti italiani appassionati di lirica è nota per essere stata protagonista della prima opera, “Boheme”, trasmessa alla televisione, sul canale nazionale della Rai nel 1954. La sua bellezza la fece chiamare per girare un film. Ma il canto era la sua grande passione, e l'abilità dimostrata nell'eseguire una serie impressionante di spartiti di musicisti diversissimi per stile ed epoca, oltre alla familiarità con i palcoscenici più importanti, fecero sì che lei chiudesse questa interessante esperienza al primo film girato, nel 1948, tra l'altro in compagnia dell'altrettanto giovane Tito Gobbi, e continuasse per la strada già iniziata con tanto successo di pubblico e di critica. Dotata di grande gusto ed eleganza, eseguiva una gran bella ed attraente Violetta de La traviata, ma anche una commossa Butterfly ed una dolcissima Mimì: e il nostro CD l'accompagna dai primi dischi a 78 giri fino ai personaggi delle commedie veneziane di Wolf Ferrari così ben caratterizzate.

 

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PER I CINEGIORNALI LA SECONDA GUERRA MONDIALE NON INTERESSÒ IL POLESINE

 

Per i cinegiornali dell'epoca, la seconda guerra mondiale non intaccò mai il Polesine, sebbene la provincia di Rovigo abbia subito bombardamenti e le conseguenze “barbariche” della ritirata dei tedeschi.

Gli anni di guerra misero in risalto i limiti dello strumento cinematografico-giornalistico, o audiovisivo, come strumento di propaganda. Il personaggio di Mussolini era in declino. Il Luce, vista la perdita di consensi in atto, decise di tornare ad una rappresentazione del duce in mezzo alle folle. Mussolini non rappresentò più la massima autorità e volontà statale. Per i soldati, nella seconda guerra mondiale, “fedeltà all’esercito” volle dire “fedeltà al Re ed ai motivi della patria” e non “fedeltà al regime fascista e al duce”. Il progressivo adattamento alle strategie propagandistiche naziste e la dichiarazione di guerra portarono al declino della figura del divo. In Polesine, comunque, stando alle notizie che arrivarono dal Luce, non vi era alcun problema bellico. La guerra non lo riguardò. E cosa, allora, riguardò questa provincia tra l'Adige e il Po? Una curiosità nautica, l'ardea rubra nel delta del Po e gli studi ornitologici, quindi gli aspetti poco noti delle vaste opere di bonifica compiute nel delta del Po.

Intanto, in Polesine, malgrado il Luce lo ignorasse, qualcosa accadde. Gli ideali del movimento partigiano non furono condivisi da parte dalla borghesia locale, ma i partigiani ottennero l’appoggio e la protezione delle borgate più povere, di solito contadine. Tra la nebbia e l'afa dei campi polesani, la resistenza germogliò con gruppi nati ad Adria, Badia Polesine, Castelmassa, Ceneselli, Ficarolo, Fiesso Umbertiano ed Occhiobello (solo per citarne alcuni), subito diventati una spina nel fianco dei nazifascisti che reagirono con rastrellamenti e rappresaglie. L'ottobre 1944 fu un mese cruento per la provincia di Rovigo. Il 5 ottobre l'U.P.I. di Rovigo provò ad infiltrare quattro spie all'interno del gruppo partigiano comandato da “Loris” Giorgio Dall’Aglio, per stanare e sopprimere lo stesso gruppo. I partigiani scoprirono gli infiltrati ed il 6 ottobre e li giustiziarono nei pressi della cascina ‘Stongarde’ di Villamarzana, dove poi i quattro cadaveri furono sepolti. La reazione dei nazifascisti non si fece attendere. Nella notte tra il 13 ed il 14 ottobre a Bagnolo di Po, Fiesso Umbertiano, Fratta Polesine, Lendinara, Pincara, San Bellino, e Villamarzana gli uomini della 19a compagnia delle brigate nere compirono un rastrellamento catturando più di cento persone. Dopo svariate ore di tortura, alcuni prigionieri confessarono l'esecuzione dei quattro fascisti, avvenuta otto giorni prima. Undici persone morirono durante le torture cui furono sottoposte. Quarantadue di questi “arrestati”, la mattina del 15 ottobre, furono condannati a morte, trasferiti a Villamarzana e rinchiusi nella casetta del barbiere in attesa dell'esecuzione. Furono quarantadue per rispettare la legge della rappresaglia nazista dell'uno a dieci, visto che erano stati uccisi quattro fascisti.

Le sequenze filmate di scenari bellici in Polesine furono girate per il British Pathé, casa produttrice di cinegiornali, cinemagazines e documentari dal 1910 al 1970 nel Regno Unito, ma, soprattutto, si trattò di Combat Film. Un Combat Film era un filmato realizzato da cineoperatori militari durante i combattimenti. Nella seconda guerra mondiale vennero costituite dagli statunitensi delle unità preposte alla realizzazione di tali documentari: spesso operanti in prima linea, gli operatori documentarono integralmente le scene di guerra. Alla realizzazione di questi documentari parteciparono talvolta anche grandi registi del cinema americano come John Huston e Billy Wilder.

Il 22 maggio 1944 il British Pathé produsse un cinegiornale dal titolo “Flare up in Italy” dove, tra le varie azioni belliche, furono mostrate le immagini delle bombe che colpirono le zone dove c'erano i ponti sul Po, anche in territorio polesano. Dello stesso periodo fu un Combat Film muto dal titolo “Nella valle del Po” che raccontò alcune fasi del conflitto nei territori adiacenti al grande fiume, tra cui alcuni ponti Bailey costruiti dagli alleati e prigionieri tedeschi radunati in un campo. Nell'aprile 1945 un altro Combat Film documentò delle scene di un combattimento avvenuto presso un podere nella zona di Ariano Polesine, nelle vicinanze dell'argine del Po di Goro. Protagonisti furono gli N.P. (Nuotatori Paracadutisti della decima Mas) in ripiegamento dalla Romagna e diretti verso Venezia, dove si consegnarono prigionieri. Gli alleati concedettero a loro, come a tutta la decima Mas, l'onore delle armi.

Spezzoni Combat Film e cinegiornali del British Pathé testimoniarono, in quel periodo, gli esiti del secondo conflitto mondiale in Polesine e lungo il Po, con particolare riferimento all'offensiva alleata in quella zona. Immagini riprese da ricognizioni aeree testimoniarono gli esiti dei bombardamenti a Boara Polesine, Taglio di Po, Rovigo, Bottrighe, Polesella, Adria e Santa Maria Maddalena. In uno di questi, datato 25 aprile 1945, si videro gli alleati nei pressi di Ferrara: carri armati sulle strade di pianura, attraversarono le campagne, dove quasi tutti gli edifici furono distrutti, le persone erano impaurite e il clima di desolazione era imperante. Imbarcazioni e un traghetto portarono uomini e mezzi da una sponda all'altra del Po. Altre immagini Combat Film, datate 15 maggio 1945, testimoniarono i danni di guerra e l'avanzata delle truppe nei pressi di Santa Maria Maddalena: i ponti bombardati e quelli sostitutivi in funzione. Altre immagini mostrarono il generale Clark partire in aereo da Milano e quindi mostrare le zone polesane del Po dall'alto, con i ponti di Santa Maria Maddalena e di Corbola completamente distrutti dai bombardamenti, sia quelli stradali che quelli ferroviari. Ovviamente erano quasi totalmente distrutti anche i paesi limitrofi. E per fortuna che, per qualcuno, la guerra in Polesine non aveva lasciato tracce!

Non fu un caso che Roberto Rossellini, la cui madre era polesana, utilizzando anche numerosi metri di pellicola avanzati dagli operatori alleati arrivò a rivoluzionare l'ultimo episodio del suo film “Paisà”, per il quale lo sceneggiatore Amidei aveva progettato un racconto che chiudesse il film in chiave eroica, ambientato in Val d'Aosta, per celebrare la vittoria partigiana, e impose un cambiamento radicale e così nell'ultimo episodio raccontò la crudele esecuzione di alcuni partigiani, annegati alle foci del Po dai nazisti. Uno ad uno vennero gettati in acqua con le mani e i piedi legati. A Rossellini interessò il senso tragico della lotta dei partigiani. Non volle farli apparire vincitori ad ogni costo, perché avvertì che da quella guerra tutti ne uscirono sconfitti. Nell'episodio polesano di Paisà, non fu quindi un caso che il regista scelse il partigiano Cingolani per interpretare se stesso.

RIZZO   don ALDO

Don Aldo Rizzo e la ricostruzione della chiesaNato a Guarda veneta il 22 gennaio 1916, il 9 luglio 1939 fu ordinato sacerdote. Il 23 luglio fu nominato cappellano a Ceregnano, nel 1941 fu trasferito prima a Villadose e poi a Ficarolo. Fu quindi cappellano militare e, dal novembre 1943, fu cappellano a Crespino. L'anno successivo approdò a Santa Maria Maddalena come vicario economo e l'11 dicembre divenne parroco. Lì rimase fino al 1983, anno in cui si ritirò in casa del Clero a Rovigo per motivi di salute. A guerra finita si dedicò alla ricostruzione di Santa Maria Maddalena, completamente distrutta dai bombardamenti e dalla ritirata dei tedeschi. Durante l'alluvione del 1951 divenne un faro per il paese. Il suo coraggio fu conosciuto in tutt'Italia.

Terminata l'emergenza, riprese la ricostruzione e fu in prima linea per costruire una nuova chiesa, la casa canonica, la scuola materna parrocchiale, il centro sociale, la sala della comunità, il campo sportivo parrocchiale dove raramente fu assente alle partite. Fece sorgere la scuola media, che ospitò dapprima nel centro parrocchiale e dove insegnò e non trascurò i suoi impegni spirituali alla vicina Casa di cura.

Si impegnò con il laicato, con l'Azione cattolica, con il cinema! Fu una presenza instancabile per il paese che cresceva a vista d'occhio. Era un uomo schietto e si fece voler bene un po' da tutti. Fu accolto da papa Pio XII, che lo volle incontrare personalmente in un'udienza pontificia dopo l'alluvione. È sepolto nel vecchio cimitero di Santa Maria Maddalena, voluto dalla sua gente, accanto ai resti mortali di don Gino Tosi.

 

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RIZZO   ATTILIO

(Villadose, 16 marzo 1891 – Gusen, 15 gennaio 1945)

 

Partigiano. Attilio Rizzo nasce a Villadose (Rovigo) nel 1891. Fatto prigioniero dall'esercito austro-ungarico durante la Prima guerra mondiale, è rinchiuso prima nel campo di concentramento di Braunau am Inn, e poi in quello di Mauthausen. Nel 1919 si trasferisce a San Donà di Piave, dove, dopo aver lavorato per un breve periodo come geometra comunale, apre uno studio privato. In quegli anni ricopre ruoli di responsabilità nell'associazionismo locale di stampo cattolico e progetta vari edifici sacri a San Donà: la chiesa di Calvecchia, la chiesa del Piccolo Rifugio, la cappella Rubinato in Via Aquileia, la chiesa Ancillotto in Via Noventa.

Nel 1940 organizza un primo incontro per creare una rete di contatti tra alcuni personaggi locali che condividono con lui sentimenti antifascisti. Nel 1943 aderisce alla Democrazia Cristiana. Dopo l'armistizio dell'8 settembre, partecipa a diverse riunioni volte all'organizzazione della Resistenza veneta, adoperandosi per stabilire contatti e collegamenti con Venezia e Treviso. Attraverso l’operato di staffette crea una rete di solidarietà nel territorio del Basso Piave e dà vita alla Brigata Eraclea della quale diventa il comandante. Nel dicembre 1943 viene arrestato a Venezia e condotto a Padova, dove viene incarcerato fino al 28 gennaio 1944. Uscito dal carcere, riprende i collegamenti con le dirigenze provinciali e regionali della Resistenza veneta occupandosi della propaganda. Partecipa alla "Missione Argo", grazie alla quale i partigiani di San Donà ottengono un importante lancio da parte degli Alleati nei primi giorni di luglio. A causa di questo suo coinvolgimento, nell'agosto del 1944 viene nuovamente arrestato e detenuto nel carcere di Santa Maria Maggiore di Venezia fino al 5 ottobre. In seguito è trasferito nel campo di concentramento di Bolzano e, infine, a Mauthausen. Muore a Gusen il 15 gennaio 1945.

 

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ROCCATI   CRISTINA

(Rovigo, 24 ottobre 1732 – 16 marzo 1797)

 

Cristina Roccati nasce a Rovigo, in una famiglia aristocratica, il 24 ottobre 1732, da Giovan Battista e Antonia Campo.

Segue gli studi letterari sotto la supervisione di don Pietro Bertaglia di Arquà, poi rettore del Seminario di Rovigo: impara le lingue classiche e inizia a comporre versi. La sua abilità in questo campo sarà presto tanto stimata che Cristina, a soli quindici anni, verrà accolta ad una seduta dell’Accademia dei Concordi di Rovigo e onorata come poetessa.

Dopo aver ottenuto il consenso paterno, il 25 settembre del 1747 si trasferisce a Bologna, accompagnata dal Bertaglia, per studiare filosofia naturale. Qui viene ammessa all’Università, prima studentessa non bolognese.

La preparazione di Cristina va collocata nella Bologna tra gli anni 1747 e 1751: qui, oltre che continuare i propri studi letterari, frequenta i corsi di logica di Bonifacio Collina, quelli di geometria del Brunelli, altri corsi di metafisica e morale; visita spesso la Specola, ove si avvicina alla meteorologia e all’astronomia. E’ comunque alla fisica, insieme alle scienze naturali, che si dedica quasi totalmente. In questi anni i suoi versi compaiono in svariate raccolte e la fama di “poetessa” di cui aveva goduto in patria la ottiene anche a Bologna, tanto da conseguire la carica di “Consigliatrice della Veneta Nazione” (un riconoscimento altissimo per uno studente dell’Ateneo di Bologna).

Il 30 dicembre 1749 viene ascritta all’Accademia dei Concordi; nel 1750 è accolta tra gli Apatisti di Firenze; entra nell’Arcadia con il nome di Aganice Aretusiana e, nel 1753, nell’Accademia degli Ardenti di Bologna e dei Ricoverati a Padova.

Il 5 maggio 1751 si laurea in filosofia; nello stesso anno raggiunge Padova per perfezionare il proprio percorso scientifico; indi inizia il suo impegno di lettrice di fisica all’Accademia dei Concordi alla quale, sempre dal 1751, si era affiancato il locale Istituto delle scienze. Terrà i propri corsi almeno sino al 1777.

A Padova studia la fisica newtoniana, il greco e l’ebraico, mentre continua a coltivare interessi letterari e a comporre versi. Nel maggio del ’52 rientra definitivamente a Rovigo da dove non si allontanerà più probabilmente a causa di una serie di sfortune che colpirono il patrimonio di famiglia.

Nel 1754 è Principe (presidente) dell’Accademia dei Concordi.

Dell’attività scientifica di questo periodo rimane poco: l’epistolario, cominciato nel ’47, arriva al 1754; degli anni seguenti restano solo le 51 lezioni di fisica dell'Accademia dei Concordi. Tuttora inedite, non sono presentate in ordine cronologico, e solo in parte sono datate e titolate: è tuttavia possibile ricostruire la struttura interna dei corsi; i tre saggi del 10 gennaio, 17 marzo e 10 maggio 1774 rappresentano l’ultima testimonianza documentata dell’attività di lettrice della Roccati.

Cristina Roccati muore a Rovigo il 16 marzo 1797.

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ROMANATO   GIUSEPPE

(Fratta Polesine, 3 agosto 1916 – Rovigo, 15 aprile 1985)

 

Giuseppe Romanato frequentò il liceo classico "Celio" di Rovigo e poi l'università cattolica di Milano, dove subì l'influenza di padre Agostino Gemelli. Laureatosi nel 1939, tornò in Polesine dove cominciò ad insegnare latino e storia all'istituto magistrale. Fu segretario provinciale della democrazia cristiana dal 1946 al gennaio 1948 e poi dall'estate del 1952 all'aprile 1953, quando fu eletto deputato. Mantenne la carica di deputato fino a tutto il 1972 quando non fu rieletto in seguito all'emergere della figura di Antonio Bisaglia, di cui fu forte antagonista. Ciò pose termine alla sua carriera politica. Tra il 1964 e il 1966 fu membro del consiglio nazionale e della direzione nazionale della DC, in rappresentanza della corrente di centrismo popolare. Dall'ottobre 1969 fino alla fine della legislatura (1972), fu presidente della commissione permanente Istruzione e Belle Arti della camera dei deputati. Nel 1971 presentò e sostenne la legge speciale per la salvaguardia dei colli Euganei. Gli Euganei furono minacciati da 68 cave che estraevano materiale da costruzione. La legge, che portò il suo nome, fu considerata la prima vera legge ecologica varata dal parlamento italiano. Dal 1959 fino alla morte, avvenuta nella primavera del 1985 all'età di 68 anni, fu presidente dell'Accademia dei Concordi di Rovigo.

 

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ROMANI   PIERMARIA

Piermaria Leandro Romani nasce a Stienta il 19 dicembre 1959. All’attività artistica e alla passione per la pittura, affianca, da sempre, collaborazioni con riviste, con quotidiani, con associazioni e con personaggi del mondo della cultura, dello spettacolo e dell’imprenditoria. Personalità poliedrica e refrattaria alle imposizioni formali e burocratiche. Un esempio per tutti legato alla sua anima ribelle: è radiato dall’albo di giornalista pubblicista perché si rifiuta di pagare la quota associativa. Ma ciò non gli impedisce di cimentarsi come autore, redattore, scrittore e soprattutto come intervistatore. Ha collaborato con il periodico satirico “Cuore”, con il mensile on line “G.Q.”, con la prima rivista globale “Colors” fondata da Oliviero Toscani, con “Misfatto” l’inserto satirico domenicale del “Fatto Quotidiano” e con il programma televisivo di Italia 1 Le iene. È tra gli autori di Fenomeni di Piero Chiambretti su Rai 2 e del programma di Oliviero Toscani su Telemontecarlo. Ha curato numerosi incontri culturali per le feste nazionali di “Cuore”, ha organizzato per l’Arci di Ferrara e le scuole superiori della provincia incontri a tema con Enrico Ghezzi, Stefano Benni, Enrico Lucci, Oliviero Toscani, Gianni Mura, Michele Serra, Daniele Ciprì e Franco Maresco di Cinico TV, e Marco Santin-Carlo Taranto-Giorgio Gherarducci della Gialappa’s Band. Per due anni ha organizzato il Premio Corti per la città di Ro Ferrarese. Intensa la sua attività di scrittore. Nel 1997 pubblica per la casa editrice Comix Soldi e felicità, un libro satirico che raccoglie una serie d’interviste che si pongono l’obiettivo di indagare i silenzi dei vip a riguardo dei loro redditi. Nel 2005 scrive un libro per Rizzoli su Luciano Ligabue al concerto di Campovolo. Nel 2008 sempre per Rizzoli cura l’antologia di “Cuore” dal titolo Non avrai altro Cuore al di fuori di me. Nel 2011 pubblica per Castelvecchi Come beffare le multinazionali e vivere felici. Attualmente collabora a Le Iene e al “Misfatto”, oltre a seguire la sua passione per la pittura. Le sue opere si contraddistinguono per l’originalità e per la vena creativa che non conosce confini e imposizioni. Un’arte libera, come la sua personalità. Le sue composizioni vengono esposte in numerose mostre. Partecipa nel 1994 alla collettiva curata da Achille Bonito Oliva al Palazzo delle Esposizioni di Roma, nel 1997 alla Biennale Fuori Orario di Pescara curata dal pittore Enzo Cucchi, nel 2006 al Festival di Filosofia di Modena, nel 2007 all’esposizione alla stazione centrale di Bologna in occasione del Biografilm Festival. Le sue opere sono inserite anche nella mostra Arte Italiana 1968-2007, curata da Vittorio Sgarbi e allestita a Milano a Palazzo Reale. Nel 2011 partecipa alla 54a Biennale d’Arte di Venezia.

 

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ROSSATI   NELLO

(Adria, 15 giugno 1942 – Roma, 2009)

 

Nello Rossati, regista e sceneggiatore italiano ha girato, scritto e prodotto indimenticabili B-Movie. Dopo aver cominciato come attore e regista teatrale, realizza il suo primo film nel 1971. S’intitola Bella di giorno, moglie di notte, una pruriginosa storia di una moglie, Eva Czemerys, che per arrotondare si prostituisce. Girato con pochi soldi ma con una discreta mano, il film ottiene un buon successo di pubblico, tanto che ne ripropone subito formula e protagonista (sempre la Czemerys) nel successivo La gatta in calore (1972), concedendo qualcosa in più al voyeurismo, anche grazie alla fotografia di Aristide Massaccesi, futuro campione del soft e hardcore italiano. Gira poi diversi film che già dai titoli cercano di solleticare la morbosità del pubblico: da Buona parte di Paolina (1973) a La nipote (1975) con la magnifica Orchidea De Santis, fino a L’infermiera (1976), che fa centro grazie al sex appeal di Ursula Andress. Va ricordato Io zombo, tu zombi, lei zomba (1979), con Renzo Montagnani e Nadia Cassini trasportati dalle commedie erotiche in una sgangherata farsa horror. La trama racconta la storia di un becchino e tre morti per incidente che, a causa di una formula voodoo letta su un foglio, diventano zombie. I quattro, per sfamarsi, hanno bisogno di carne umana. Fallito un agguato stradale, assumono la gestione del motel di uno di loro, con l’intenzione di mangiarsi i clienti, ma qualcosa va sempre storto per loro e dritto per gli ospiti. Film di budget bassissimo, tanto che lo stesso Renzo Montagnani, si lamenta in un’intervista pochi giorni prima dell’uscita: per contenere i costi interni ed esterni vengono registrati al Sylvan di Roma, modestissimo motel alle porte della città. Oltre a “Io zombo…”, segnalato non solo per il titolo quanto meno ardito ma anche perché riesce a riunire un cast di attori assolutamente notevole per i tempi (oltre ai citati Montagnani e Cassini, c’erano Duilio Del Prete, Cochi Ponzoni, Gianfranco D’Angelo, Anna Mazzamauro e Tullio Solenghi), vale la pena ricordare anche Django 2 – Il grande ritorno (1987), da lui frimato come Ted Archer, con Franco Nero il quale, dopo più di vent’anni e quattro sequel con altri protagonisti, si riprende il personaggio che lo aveva lanciato. Nel 1995 Rossati ha un duro scontro con la Fininvest per dei tagli effettuati a La carne e il diavolo, miniserie dal lui scritta e diretta. In un’intervista, Rossati in una nota afferma che: «La miniserie è stata trasmessa arbitrariamente ridotta di più di quattro ore rispetto al montaggio originale, senza che alcuno si degnasse di chiedere il mio parere: di conseguenza non riconosco alcuna paternità all’incomprensibile paccottiglia messa in onda dalla rete Fininvest» E aggiunge: «Devo sottolineare come da parte della Fininvest si sia voluto lasciare questo prodotto in balìa di se stesso senza alcun lancio pubblicitario che lo presentasse adeguatamente al pubblico, dando spazio ad articoletti scandalistici nei quali si parlava di insistenti scene hard core e di presunte offese alla Chiesa. Ribadendo la mia estraneità alla serie così trasmessa, mi sento in dovere di scusarmi con i miei collaboratori, dagli attori all’ultimo tecnico, e col pubblico».

 

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ROSSELLINI   ROBERTO

Roberto Rossellini è figlio del costruttore Angelo Giuseppe Rossellini (1881) e della polesana Elettra Bellan di Contarina Veneta, in provincia di Rovigo. Da zia Fortuna Bellan, sorella del nonno materno “cuore d’oro e mani bucate” per l’incorreggibile vizio delle carte, imparò a cacciare le rane, a pescare le anguille, a sparare alle allodole tenendo il fucile con un braccio solo, per muovere lo specchietto con l’altra mano. Le donne furono molto importanti per Roberto Rossellini sin da subito. La prima figura femminile fu naturalmente sua madre, polesana, bionda, bellissima, fragile con i capelli lunghissimi e uno spirito straordinariamente ironico, un eccellente senso dell’umorismo, con gli occhi azzurri, bella quanto miope. Mamma Elettra era il perno attorno al quale tutto ruotava in casa Rossellini: si occupava di tutte le faccende domestiche, dell’educazione dei figli e dell’organizzazione della servitù. Il livello di vita della famiglia era molto alto, sostenuto dai forti guadagni dell’impresa edile. A Roberto Rossellini sua madre appariva severa: “Era la tenerezza in persona, ma si trattava di una tenerezza focosa, nervosa, che passava velocemente dal riso alle lacrime e viceversa. Quando le nostre malefatte la spingevano al colmo della disperazione, ci prendeva a schiaffi; io ne ho ricevuti fino a un’età avanzata, ma subito dopo erano seguiti da grandi baci e carezze”.

Il carattere forte fu una dominante anche della sorella minore di mamma Elettra, Maria Antonietta Avanzo, una donna con l’hobby delle gare automobilistiche e pilota d’aereo. Baronessa, frequentava gli Agnelli, che le regalarono una spilla a forma di volante. Bellissima, ebbe tra i suoi ammiratori anche Gabriele D’Annunzio, che la battezzò Nerissa (era bruna con gli occhi neri come il carbone), inviandole lettere galanti. Fu la prima a tornare da Parigi con i capelli alla garçonne, la prima a portare le gonne corte al ginocchio, insomma un simbolo di emancipazione femminile. Da lei Roberto Rossellini prese la passione per le auto da corsa. La prima gliela regalò suo padre per i suoi quindici anni, era una Chiribiri: roba da pionieri, in un’epoca in cui non c’erano né patenti né vincoli d’età per guidare.

 

 

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ROSSI   ADOLFO

(Lendinara, 30 aprile 1857 – Buenos Aires 1921)

 

Nato nel 1857da famiglia borghese (i genitori erano impiegati in pretura) a Valdentro allora frazione di Fratta Polesine e ora di Lendinara, fu battezzato nella chiesa di Villanova del Ghebbo, come risulta dai registri dell'archivio parrocchiale e rimasto intatto dal Concilio di Trento ad oggi. Nella comunità parrocchiale di Villanova trascorre la prima infanzia come racconta lui stesso in una sua inchiesta giornalistica sul Polesine. La località Valdentro infatti gravita, come comunità, più su Villanova del Ghebbo da cui è separata solo dal naviglio Adigetto, che su Lendinara che dista circa cinque chilometri o Fratta Polesine cui sarebbe più vicina distando circa 2 chilometri. Del resto l'antica casa avita dei Rossi era a Villanova del Ghebbo. Dopo un breve soggiorno ad Occhiobello (vedasi di nuovo l'archivio parrocchiale) si trasferì nel 1864 a Lendinara dove fu pupillo di Alberto Mario, il braccio destro di Garibaldi nella spedizione dei Mille. Era impiegato postale quando lasciò il Polesine nel 1879, diretto a New York dove, dopo aver sperimentato diversi lavori, iniziò a fare il giornalista per il periodico Il Progresso Italo-Americano. Qui apprese lo stile americano, stringato e con pochi aggettivi, di giornalista che verifica sempre di persona, ben diverso da quello italiano degli stessi anni. Al suo ritorno in Italia fu apprezzato come giornalista e scrittore e diventa inviato di guerra per Il Corriere della Sera. Segue gli scontri in prima linea e telegrafa gli articoli già pronti per la stampa, richiedendo espressamente che non venissero revisionati dai redattori. È tra i primi a denunciare l'eccidio degli armeni da parte della Turchia durante la guerra greco-turca e per questo viene espulso da Istanbul.

Realizza poi delle inchieste, la prima sulla miseria della campagna polesana, suo luogo di nascita. Successivamente fu inviato dal giornale romano La Tribuna per indagare sulle condizioni sociali della Sicilia, nel momento di crisi politica creato dalla questione dei Fasci Siciliani dei Lavoratori, in ottobre 1893. In seguito viene mandato in Eritrea, per studiare sul vivo la politica coloniale di Crispi, che il giornale sosteneva, ma le sue denunce gli causarono di nuovo l'espulsione dal paese ma dopo le tragiche sconfitte delle forze italiane il primo ministro Crispi lo convocò per sentire dalla sua viva voce le sue critiche all'operato e all'organizzazione dell'esercito italiano in Eritrea.

Nel frattempo aveva raggiunto il ruolo di redattore capo del Corriere della Sera, ma nel 1901 abbandona il giornalismo e diventa studioso di immigrazione attraverso la carica di Ispettore viaggiante del Commissariato sull'Emigrazione Nazionale, istituito nello stesso anno. Effettua quattro ispezioni: in Brasile, in Sudafrica, negli Stati Uniti d'America e in Argentina. Le sue denunce sulle condizioni di vita degli immigrati italiani all'estero sono sempre aspre e senza censure, più volte affermerà questa è "l'Italia della vergogna". Gli effetti del suo lavoro saranno notevoli, a seguito della sua prima ispezione verrà promulgato il decreto Prinetti, che ha annullato la possibilità per il Brasile di "offrire" gratuitamente il viaggio d'andata agli immigrati italiani.

Nel 1908 diventa diplomatico, nonostante non fosse in possesso di alcun titolo di studio accademico e il ricorso presentato da alcuni suoi colleghi contro la sua nomina, ricorso rigettato dal Ministero. Francesco Saverio Nitti che ne assume le difese sostenendone l'assoluta competenza ed esperienza maturate all'estero prima come emigrante e poi come giornalista.

Morì a Buenos Aires nel 1921, mentre ricopriva la prestigiosa carica di Ministro Plenipotenziario per l'Italia. Trasportato in Italia con nave militare fu sepolto con funerale di stato a Lendinara accanto ad Alberto Mario.

 

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ROSSI   GIOVANNI BATTISTA

(Rovigo, 1627 – Venezia, 1698)

 

Ottimo pittore seicentesco a cui è attribuita la grande tela della “Vergine col Bambino” nella Rotonda di Rovigo. Sebbene rodigino di nascita, egli dimorò più a lungo a Venezia, dove profuse i tesori della sua arte in molte chiese e in parecchi palazzi. Fu allievo del Padovanino e, a Padova, fece una pittura, molto “lodata” al tempo, nella Chiesa di San Clemente, prima di stabilirsi stabilmente a Venezia.

 

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ROSSI   MARIO VITTORIO

(Costa di Rovigo, 25 settembre 1925 – Roma, 21 settembre 1976)

 

Medico e attivista italiano, dal 1952 al 1954 presidente della Gioventù Italiana di Azione Cattolica.

Nato nel 1925 a Costa di Rovigo, compì gli studi nel capoluogo. Laureatosi in medicina all'Università di Padova, nel 1948 fu eletto presidente diocesano della Gioventù maschile dell'Azione Cattolica di Rovigo.

Nel 1952 fu eletto presidente della GIAC, l'associazione giovanile dell'Azione Cattolica, appoggiato da mons. Giambattista Montini (che nel 1963 divenne papa con il nome di Paolo VI); si dimise nel 1954 in contrasto con il presidente nazionale dell'associazione, Luigi Gedda, il quale vedeva l'Azione Cattolica come un movimento che doveva contare per il numero di persone che poteva schierare in funzione elettorale, e per il suo sostegno a un'alleanza della DC con monarchici e missini, cosa alla quale Rossi si opponeva.

Le dimissioni di Rossi, il quale aveva cercato di fare in modo che l'associazione da lui presieduta rimanesse quanto più possibile indipendente dalla DC, innescarono una crisi associativa, cui fecero seguito l'abbandono dalle cariche di numerosi altri dirigenti locali.

La portata storica della crisi che coinvolse l'Azione Cattolica in quel periodo, e delle sue principali figure, in primis gli stessi Gedda e Rossi, sono state oggetto, o sono state citate, in vari studi e conferenze, tra cui si segnalano i convegni Mario Vittorio Rossi, un cattolico laico (Rovigo, 1999), Abitare la città. Sulle orme di Giuseppe Lazzati (Milano, 2008) e il libro La Gioventù Cattolica in cammino (Milano, 2003).

 

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