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SCUOLA DI TEATRO E CINEMA

compagnia stabile • centro di produzione video, teatrale, cinematografico e letterario

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della storia polesana trattati dal Tpo

F

FENZI   GIANNI

(Rovigo, 5 maggio 1941 – Muggia, 17 settembre 2006)

 

Iniziò a recitare in teatro e questa fu la passione della sua vita. Prima come attore e poi come regista, mise in scena più di trenta piece. Ha partecipato ad un unico film, I carabbinieri (1981), diretto da Francesco Massaro. Gianni Fenzi debutta come attore al Teatro Stabile di Genova (15 ottobre 1963), partecipando negli anni sessanta e settanta ai lavori di maggior successo nazionali ed internazionali del teatro genovese come: “Il diavolo e il buon Dio”, “I due gemelli veneziani”, “La coscienza di Zeno”, “Una delle ultime sere di Carnovale”, “I Rusteghi”, “Madre Courage e i suoi figli”, “La Casa Nova”, etc. Diventa presto regista assistente di Luigi Squarzina, collaborando inoltre alle attività culturali dello Stabile. Dal '72 al '76 fonda e dirige la cooperativa Teatro Aperto curando le regie di: “L'eccezione e la regola”, “Don Chisciotte”, “Le farse di Fo”, “La storia di tutte le storie” (di e con G. Rodari). Dal '76 all' 84 è al Teatro di Roma, come attore e collaboratore alla direzione artistica, promuovendo seminari, laboratori, partecipando attivamente ad iniziative culturali di ampio respiro come ad esempio l'Estate romana, pur lavorando come attore negli spettacoli del Teatro Romano: “Misura per Misura”, “Casa Cuoreinfranto”, “Il Cardinale Lambertini”, “Timone d'Atene” e “Anfitrione” che con la sua regia vincerà il Biglietto d'oro a Taormina. Dall'84 alterna l'attività di attore a quella di regista iniziata ancora a Genova (ha all'attivo più di 30 regie teatrali e oltre quaranta radiofoniche e una vasta scrittura per la radio e per la televisione), nelle prime compagnie italiane: Tieri-Lojodice, Masiero, Tedeschi, Malfatti, Valeri-Ferrari, Micheli. Il Trieste Operetta Festival lo vede fra gli interpreti de : “La contessa Maritza”, “Il paese del sorriso” e “ Scugnizza”. Dal '94 al '96 cura le regie di “Cantando Cantando” di e con Maurizio Micheli con Gianluca Guidi e la riedizione di “Buonanotte Bettina” di Garinei-Giovannini-Kramer con la coppia Micheli-Boccoli. Nel '97 è regista di “Frankensteinmusical” di Presta-Dose-Solenghi con le musiche di D. Silvestri; nello stesso anno sostiene il ruolo del “regista” in “Rumori fuori scena” con Zuzzurro e Gaspare per la regia di M. Sciaccaluga. Nel '98 è coregista di “Enzo Re” poema epico di R. Roversi, musiche di L. Dalla con il Dams dell'Università di Bologna, Ateneo con il quale collabora annualmente. Nel '99 partecipa al film “Un uomo per Bene” di Zaccaro sulla vita di Enzo Tortora. Nell'ottobre '99 organizza unitamente a M. Sciaccaluga per il Teatro di Genova una “Serata d'onore per Alberto Lionello”. Il 6 novembre 2000 al Teatro della Corte di Genova (Teatro Stabile di Genova) va in scena la “Serata d'Onore per Lina Volonghi”, che come la precedente su Alberto Lionello, propone le testimonianze di tutto il Teatro Italiano, organizzata e coordinata in collaborazione con il Museo Civico dell'Attore di Genova e il Teatro di Genova. Dal '98 ha iniziato una “Collaborazione Artistica” con la Salieri entertainment (produzioni teatrali e non solo diretta da G. Guidi) che lo ha visto attore ne “Taxi a due piazze” (2000-2002) con la regia di G. Proietti e in “Promesse Promesse” (2002-2004) regia di J. Dorelli, ma anche curatore della Versione Italiana (traduzione e adattamento) di “Serial Killer per signora”, un musical di D. J. Cohen. Con Massimo Lopez e Tullio Solenghi, nell'estate del 2003, e per l'anno teatrale 2003-2004, firma la regia de “La strana coppia” di Neil Simon. Sempre per la Salieri Entertainment nell'agosto 2004 debutta nel ruolo di Victor Velasco in prima nazionale alla Versiliana in “A piedi nudi nel parco” di Neil Simon con Gianluca Guidi e Anna Falchi. Cura e conduce nel riaperto Teatro Romano Festival Trieste due “Serate d'Onore” per Ariella Reggio (2004) e Tullio Kezich (2005). Estate 2005: regia di “Smemorando” di e con Gianrico Tedeschi.

 

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FERRACIN   GUIDO

Nato a Villamarzana il 18 gennaio 1926, fu un pugile dalla grande tecnica, abilissimo nel gioco di gambe e nello schivare i colpi, ebbe il suo punto debole nel non avere un gran "pugno" risolutore e nella fragilità ossea, anche se i tecnici all'epoca della conquista della corona europea pronosticavano un suo prossimo approdo ai vertici mondiali della categoria. Ottimo dilettante, non poté partecipare ai Giochi olimpici a causa della seconda guerra mondiale. Passò al professionismo nel 1946, allievo del maestro Nando Strozzi prima a Rovigo poi a Ferrara, e conquistò al suo esordio - avvenuto nella città estense il 23 settembre - il titolo di campione Italiano dei pesi gallo, difeso poi ripetutamente. Dopo due anni di incontri nazionali, arrivò al titolo europeo il 22 febbraio 1948, battendo ai punti a Manchester il campione inglese Peter Kane, ex campione mondiale dei pesi mosca. Difese vittoriosamente il titolo nella rivincita, disputatasi qualche mese più tardi, sempre a Manchester, per K.O. tecnico alla 5ª  ripresa. Perse quindi il titolo a Barcellona un anno dopo ad opera del pugile spagnolo Luis Perez Romero. Continuò a combattere con grande assiduità, fino a quando, sofferente alle mani, che si fratturavano facilmente, Ferracin si ritirò ancora molto giovane, a 26 anni, dopo essere stato sconfitto dal futuro campione d'Europa dei Pesi piuma, il belga Jean Sneyers, in un incontro sostenuto a Liegi il 15 settembre 1952.Trasferitosi a Vigevano nel 1955, divenne insegnante di pugilato presso la locale Accademia Pugilistica. Morì per infarto il 3 agosto 1973, all'età di 47 anni mentre si trovava con la famiglia in vacanza a Tagliacozzo.

 

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FERRATI    MASSIMILIANO

(Adria, 15 maggio 1970)

 

Massimiliano Ferrati si è diplomato in pianoforte con il massimo dei voti la lode e la menzione speciale di merito presso il Conservatorio Statale di Musica “A. Buzzolla” di Adria sotto la guida di Mila Zamparo. Si è perfezionato con i Maestri Konstantin Bogino, Paul Badura-Skoda presso l’Accademia Chigiana di Siena e Sergio Perticaroli presso il Mozarteum di Salisburgo e l’Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma dove ha conseguito il diploma del corso di perfezionamento di pianoforte con il massimo dei voti e la lode.

Premiato fin da giovanissimo in numerosi concorsi nazionali, quali il "Muzio Clementi" di Firenze (primo premio), "Marco Bramanti" di Forte dei Marmi (primo premio in due edizioni consecutive), Premio Venezia-Teatro La Fenice (secondo premio), si è imposto in numerosi concorsi internazionali membri di Fédération Mondiale des Concours Internationaux de Musique (FMCIM), quali "Alessandro Casagrande" di Terni, il Concorso Pianistico Internazionale Ferruccio Busoni di Bolzano, "Guardian (ora AXA) International Piano Competition" di Dublino, "Esther Honens" di Calgary, "UNISA International Piano Competition" di Pretoria (special prize per l'esecuzione di un brano di repertorio russo).

Nel 1998 vince il primo premio al Concorso Pianistico Internazionale "Rina Sala Gallo" di Monza. Nel 2001 riceve la Bronze Medal al X International Piano Competition "Arthur Rubinstein International Piano Master Competition" di Tel Aviv (Israele), concorso che gli apre definitivamente le porte della scena internazionale.

Ha tenuto concerti e recital in rinomati teatri e sale da concerto in Italia e all’estero, tra cui: Milano alla Sala "G. Verdi" del Conservatorio di Milano, Torino all’Auditorium Rai di Torino, Venezia al Gran Teatro La Fenice, Trieste al Teatro Comunale “G. Verdi”, Teatro Comunale (Treviso), Varsavia alla Philharmonia di Stato, Amburgo alla Musikhalle, Napoli al Teatro delle Palme, Salisburgo alla Wiener-Saal, Calgary alla Jack Singer Concert Hall, Dublino alla National Concert Hall, Londra alla Purcell Room, Roma all’Auditorio di via della Conciliazione dell’Accademia “S. Cecilia”, Teatro Nazionale-Teatro dell'Opera di Roma, New York al Mannes College, Parigi alla Salle Cortot, Tel Aviv al Mann Auditorium.

Si è esibito con numerose orchestre tra cui la Calgary Philharmonic Orchestra, la Israel Philharmonic Orchestra, la Moscow Symphony Orchestra, National Symphony Orchestra of Ireland, l’Orchestra di Padova e del Veneto, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, l’Orchestra di Roma e del Lazio, l'Orchestra Roma Sinfonietta.

È stato ospite nelle principali stagioni concertistiche e teatri italiani ed in festival internazionali in America ed Israele.

 

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FINZI   ALDO

(Legnago, 20 aprile 1891 – Roma, 24 marzo 1944)

 

Militare, dirigente sportivo, politico e partigiano italiano. Suo padre Emanuele, ricco proprietario di un'industria molitoria a Badia Polesine, benché di origini ebraiche non professò mai alcuna religione dichiarandosi agnostico e libero pensatore, sposatosi in età avanzata ad una ragazza cattolica ne ebbe sette figli educati tuttavia secondo i precetti cristiani. Aldo Finzi studiò con scarso profitto a Parma e quindi frequentò per tre anni un istituto tecnico vicino a Weimar. Iniziò l'attività politica nel 1913 come consigliere comunale nel comune di residenza di Badia Polesine dove aveva nel frattempo avviato una concessionaria di motociclette Rudge-Witworth.

Nel 1915 pur riformato per deficienza toracica, riuscì lo stesso ad arruolarsi nel Regio Esercito per prendere parte alla prima guerra mondiale, dapprima come soldato semplice e staffetta motociclista, poi, nel 1916, da ufficiale di complemento di artiglieria e quindi, sul finire dello stesso anno, come pilota. Assegnato alla 48ª Squadriglia Ricognizione, equipaggiata con Caudron G.3 e G.4 vi conoscerà Natale Palli che alla fine del 1917 lo inviterà a seguirlo alla costituenda 87ª Squadriglia, con la quale prenderà poi parte al volo su Vienna.

Dopo la fine della Grande Guerra, laureatosi in legge a Ferrara, si stabilì a Milano, dove aderì nel 1920 ai fasci di combattimento venendo eletto deputato nel 1921. Nel 1922 prese parte alla marcia su Roma e col successivo avvento del fascismo al governo venne nominato sottosegretario agli Interni e viceCapo della Polizia, oltreché viceCommissario all'Aeronautica, incarichi che manterrà fino all'omicidio di Giacomo Matteotti.

Col matrimonio nel 1923 con Maria Luigia Clementi, nipote del cardinale Vincenzo Vannutelli, si fece interprete della linea normalizzatrice del governo, impegnandosi nel tentativo di inglobare nel regime elementi liberali e del mondo cattolico, dalla cooperazione al sindacalismo confederale, al fine di garantire la continuità col vecchio assetto economico e sociale.

Nel 1924, coinvolto nelle indagini successive all'assassinio di Matteotti, Finzi venne rapidamente costretto alle dimissioni dagli incarichi di governo che ricopriva insieme ad Emilio De Bono. Forse per difendere la propria onorabilità, oppure per tutelare la propria sicurezza personale o anche solo per salvaguardare la propria posizione politica, sembra che Finzi avesse allora fatto circolare un memoriale sotto forma di lettera privata al fratello Gino, contenente rivelazioni compromettenti riguardo ad una squadra speciale alle dipendenze del Ministero dell'Interno, minacciando ambiguamente di volerlo rendere pubblico. Quale che sia stata la responsabilità di Finzi nel caso Matteotti, più che i contatti tenuti con l'opposizione, certamente nocque alla sua carriera politica il marchio d’inaffidabilità derivantegli dall'ambigua e contraddittoria gestione dell'affaire del memoriale.

Nel 1928, infatti, non venne ricandidato alla Camera e nel 1929 uscì definitivamente dalla scena politica ritirandosi a vita private per diventare uno dei maggiori produttori di tabacco del basso Lazio, la moglie aveva infatti estesi possedimenti a Cave, dove la famiglia mantiene tuttora delle proprietà, e a Genazzano. Nel 1938, pur dichiarando di non essere ebreo e di professare la religione cattolica, manifestò la propria opposizione alle leggi razziali, nel 1941 fu inviato al confino per alcune dichiarazioni contro il regime e nel 1942 venne definitivamente espulso dal partito. Riavvicinatosi alla comunità ebraica entrò in contatto con esponenti dell'antifascismo, aderendo nel novembre del 1943 al movimento partigiano. Approfittando del fatto che il comando nazista si era stabilito nella villa della famiglia della moglie a Cave (chiamata Villa Clementi), tentò di trasmettere informazioni sui movimenti delle truppe tedesche al CLN, ma scoperto venne arrestato nel febbraio del 1944 e incarcerato a Regina Coeli. Fu fucilato alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Su una lapide all'ingresso della Sinagoga di Roma il suo nome figura tra quello degli ebrei caduti durante la resistenza, mentre al Sacrario delle Fosse Ardeatine è ricordato come "Tenente Colonnello Aldo Finzi".

 

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FIOCCO   GIUSEPPE

(Giacciano 16 novembre 1884 - Padova 5 ottobre 1971)

 

Storico dell'arte italiano. Professore universitario dal 1927, ha insegnato storia dell'arte moderna dapprima a Firenze e poi a Padova. Socio nazionale dei Lincei dal 1947. Si è occupato di arte italiana in generale (studî sulla pittura toscana del Quattrocento, su Donatello, ecc.), ma soprattutto della pittura veneta e ha affrontato con novità d'impostazione il rapporto fra architetti e committenti nel Rinascimento. Fin dai primi scritti (La giovinezza di Giulio Campagnola, in L'Arte, 1915; I pittori di Santacroce, ivi, 1916; Lorenzo e Cristoforo da Lendinara ivi, 1916) il Fiocco ha rivelato notevole conoscenza storica e sensibilità critica. Fondamentali sono le ricerche del Fiocco per la ricostruzione della personalità di Francesco Guardi (Firenze 1923); per chiarire l'approdo di forme toscane in terra veneta nella formazione di quel Rinascimento (L'arte di Andrea Mantegna, Bologna 1927); per ricostruire la personalità di Paolo Veronese (Bologna 1928 e Milano 1934); per portare nuova luce sull'arte veneta del Seicento e Settecento, sia in saggi particolari (Strozzi, Langetti, Piazzetta, Maffei, Mazzoni, Grassi, Longhena, Mariani, ecc.) sia in uno studio organico d'assieme su quella pittura (Verona 1928). Parimenti fondamentali sono le monografie: Carpaccio, Roma 1931; Mantegna, Milano 1937; Pordenone, Udine 1939; Giorgione, Bergamo 1942; Crosato, Padova 1941. Il Fiocco ha recato un impulso novatore agli studi sull'arte veneta, non trascurandone le origini medievali neoravennati.

Fiocco ha formato almeno due generazioni di studiosi e la sua conversazione brillante, che non mancava di punte polemiche, imprimeva al pensiero quella forza che del problema dell’arte faceva un argomento vivo e antiaccademico. Poco dopo aver donato alla Fondazione Cini la sua pregevole biblioteca e l’imponente raccolta di disegni, muore all’età di 87 anni nella sua casa di Padova, il 5 ottobre 1971, con il desiderio di essere sepolto nella tomba di famiglia a Badia Polesine.

 

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FIORAVANTI   ERVARDO

(Calto, 6 agosto 1912 – Ferrara, 6 dicembre 1996)

 

Nato a Calto nel 1913, Ervardo Fioravanti aveva presto mostrato predisposizione per il disegno e la pittura, così aveva frequentato il vicino Istituto d’Arte di Castelmassa e poi l’Istituto di Belle Arti per la decorazione e l’illustrazione di Urbino, dove si era diplomato. La guerra lo aveva portato in Croazia e poi a Pantelleria, dove era stato catturato dagli Alleati e spedito in un campo di prigionia a Hereford nel Texas, dove aveva incontrato altri artisti, scrittori e intellettuali. Al suo ritorno, dopo avere insegnato per due anni a Urbino, si era insediato a Ferrara, dove sarebbe diventato direttore dell’Istituto d’Arte Dosso Dossi. L’inverno del 1996, dopo una lunga malattia, se l’era portato via. Personalità versatile, pittore, giornalista e scrittore, fondatore di riviste e sodale dei maggiori intellettuali del suo tempo, Fioravanti del Polesine sapeva tutto, in una lunga e curiosa filastrocca di nomi e cognomi, luoghi e locali. Fin dall’adolescenza, aveva disegnato e dipinto quei paesaggi unici al mondo. Ma nei suoi quadri, c’era soprattutto la gente, c’erano quei personaggi rinserrati in scuri tabarri, con il cappello calcato in testa, che si portavano addosso l’odore acre del fumo e il sentore della nebbia. E i ciclisti che arrancavano sugli argini come ombre remote contro il biancore in cui sfumava la notte. Ma c’erano anche le piazze di paese e i crocchi di donne con scialli e sottane sformate all’angolo di una strada, i vecchi consunti seduti per terra con la schiena appoggiata a un muro o a un albero. E gli interni di osterie, con i tavoli ingombri di bicchieri, le carte da gioco squadernate tra le dita, il fumo denso dei mezzi sigari. Al Polesine aveva dedicato quadri e disegni e incisioni. Dai primi e già compiuti ritratti di paesani del 1932-33 agli scorci e agli schizzi di Rovigo e di altre località che il Polesine Fascista e Resto del Carlino gli avevano pubblicato tra il 1938 e il 1940, per poi continuamente soffermarsi sui paesaggi e sulle figure di una terra che restava familiare e vissuta nel profondo, fino al ciclo delle «Favole Polesane» del 1970 e a tutta una serie di quadri eseguiti sul limitare degli anni Ottanta. Con Carlo Rambaldi - il creatore di E.T. l'extra-terrestre - e Alberto Cavallari organizza uno studio nel quale vengono prodotti pannelli e carri per le sfilate del Primo maggio, illustrazioni per la stampa politica e allestimenti per le feste dei lavoratori.

Nel 1953 illustra con quaranta tavole il volume «Vini e liquori d'Italia» edito in varie lingue e destinato a diffondere la cultura enologica italiana nel mondo. Nel 1955 vince - ex aequo con Alberto Sughi - il secondo premio a una mostra regionale sui temi della Resistenza con il quadro «L'eccidio di Villamarzana», oggi presso la Galleria d'Arte Moderna di Bologna. Nel 1958 personale alla Galleria Colonna di Milano presentata da Raffaele De Grada. Dalla fine degli anni cinquanta la poetica di Fioravanti assume un carattere più marcatamente espressionistico. Nel 1966 espone 34 olii degli anni sessanta nella mostra «Cinque artisti ferraresi» alla Galleria d'Arte Moderna di Palazzo dei Diamanti. Nel 1968 vengono esposte al Palazzo dei Diamanti 245 opere del grande ciclo delle «Scene della commedia umana». Numerose le mostre in Italia e all'estero negli anni settanta e ottanta. In particolare, nel 1984 viene allestita nella Sala dei Giochi del Castello Estense la mostra «Favole e miti nei disegni di Ervardo Fioravanti». Nel 2001, a cinque anni dalla scomparsa, Ferrara gli dedica un'ampia mostra antologica allestita presso la Galleria d'Arte Moderna e Contemporanea.

 

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FIORONI   MARIA

(Castelmassa 17 marzo 1887 – Legnago 13 marzo 1970)

 

Storica, archeologa, ceramologa di valore, filantropa generosa e attenta nei confronti della sua amatissima città d’adozione, svolse la sua intensa e poliedrica attività di ricerca tra le quiete stanze del palazzo di famiglia che a partire dai primi anni ’30 trasformò lentamente in un museo dedicato a raccontare la millenaria storia di Legnago.

Diplomatasi nel 1904 nel collegio ‘Agli Angeli’ di Verona, fu crocerossina volontaria durante il primo conflitto mondiale. Non dimenticò mai i combattenti di tutti i fronti e di tutte le guerre ‘italiane’ del Novecento; con loro mantenne stretti rapporti epistolari (a testimonianza di questo legame sono rimaste oltre settemila lettere conservate negli archivi della Fondazione Fioroni), svolgendo una straordinaria attività di supporto materiale a favore dei militari e delle loro famiglie.

A partire dagli anni ’20 iniziò sistematiche campagne di ricognizione e di scavo archeologico nella pianura veronese che si protrassero nei quarant’anni successivi, individuando siti di fondamentale importanza e recuperando nel contempo preziose testimonianze archeologiche, altrimenti disperse dalla massiccia meccanizzazione che soprattutto nel secondo dopoguerra, stravolse irrimediabilmente gli assetti ambientali e paesaggistici della pianura veronese.

Dai primi anni ’30 iniziò ad allestire le sale di palazzo Accordi-Fioroni con i materiali archeologici e con i cimeli militari e risorgimentali raccolti nei decenni antecedenti; ebbe così inizio il primo nucleo di quello che in seguito diventerà il museo Fioroni. Alla fine del decennio, tra il 1939 e il 1941, a complemento della ‘domestiche’ raccolte, le stanze della signorile dimora di via XX Settembre, ospitarono uno dei primi musei coloniali italiani, allestito da Maria Fioroni, al tempo fiduciaria provinciale dell’Istituto Fascista dell’Africa Italiana.

Nel secondo dopoguerra, dopo aver ricostruito il palazzo di famiglia bombardato nel 1944 e aver riallestito il museo – arricchendolo con le collezioni ceramiche legnaghesi scoperte nel 1947-1948 – maturò, assieme alla sorella Gemma, l’idea di dar vita ad una fondazione che preservasse l’immenso patrimonio raccolto, mettendolo finalmente a disposizione della città.

Il 15 luglio 1955 donò alla costituenda ‘Fondazione Museo Fioroni’ (riconosciuta con decreto del Presidente della Repubblica il 9 febbraio 1958) le sue intere collezioni e buona parte del patrimonio per il mantenimento del museo. Nel 1959 decise di creare a Legnago una biblioteca pubblica, successivamente inaugurata nel 1964.

Per i suoi meriti culturali venne insignita del titolo di cavaliere della Repubblica Italiana (1953), di commendatore della Repubblica Italiana (1959), della medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione per i benemeriti della cultura (1964).

 

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FORNARI   FRANCESCA

(Lusia)

 

Rappresenta la bandiera del pattinaggio di Lusia. Sin dal 1975 si è dedicata al pattinaggio a rotelle prima e in linea poi, nel settembre 1976 ha fondato la Polisportiva di Lusia, segnata dal film “I pattini d'argento”. Ha avviato allo sport intere generazioni. Molti dei suoi allievi hanno conseguito prestigiosi titoli regionali e nazionali, seguendone personalmente gli allenamenti, spesso andandoli a prendere a casa con la sua automobile. Ha organizzato gare a tutti i livelli fino ad ottenere due volte il titolo di Azzurri d'Italia. Nel 2001 ha fondato i Pattinatori di Lusia e ha continuato imperterrita a trasmettere a bambini e ragazzi la grande passione del pattinaggio. Molte sono state le onorificenze ricevute da tutte le parti d'Italia, ma la sua gioia più grande è vedere negli occhi degli atleti da lei preparati la grande stima di lei e dei suoi insegnamenti ai valori veri dello sport.

 

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FORNASARI   BRUNO

Autore, regista e attore diplomato all’Accademia dei Filodrammatici. Nato a Lendinara il 2 ottobre 1972, dal 2008 è co-direttore artistico del Teatro Filodrammatici di Milano. Bruno ha un’esperienza professionale trasversale, che va dalla prosa alla lirica, al musical e al multimediale. Ha recitato in svariate produzioni della precedente Compagnia stabile del Teatro Filodrammatici e per altri Teatri nazionali. Regista assistente al Teatro Stabile di Brescia, approfondisce lo studio sul sistema Stanislavskij, specializzandosi nella pedagogia attorale applicata al lavoro sul testo. Nel 2000 vince la prima edizione della Borsa Lavoro dell’Accademia dei Filodrammatici col progetto RASKOL da Delitto e Castigo di Dostoevskij e prosegue quindi il lavoro di ricerca sulla drammaturgia dell’attore realizzando TRAGISONICAMENTE, tratto da Prologo di Bernard-Marie Koltés, e MACBETH’S - V, variazione drammatica del quinto atto del dramma shakespeariano. Nel Teatro musicale collabora con Stage Entertainment Italia e Little Star Services come Regista Associato di MAMMA MIA! (Teatro Nazionale di Milano e Brancaccio di Roma) e ha realizzato la versione teatrale di GIAN BURRASCA con testi di Lina Wertmuller e la collaborazione di Ezio Frigerio e Franca Squarciapino, spettacolo scelto nella pay-per-view da Mediaset Premium, con trasmissioni dedicate su Rai e satellite e distribuzione DVD per Eagle Pictures. E’ traduttore, dall’inglese, di: ESPERIMENTO CON POMPA PNEUMATICA e 5 TIPI DI SILENZIO dell’inglese Sheilagh Stephenson (Fondazione Sipario Toscana), TERRORISMO dei Fratelli Presnjakov (Accademia dei Filodrammatici), SOSPETTI (SUS) di Barrie Keeffe (Teatro Filodrammatici) e ha contribuito all’adattamento italiano del musical MAMMA MIA! (Stage Entertainment – Little Star Services). Come consulente per grandi eventi ha curato la parte spettacolare del FIM Motomondiale alla Salle des Etoiles di Monte Carlo (Principato di Monaco), “MIDO in Action” evento d’apertura di MIDO – fiera mondiale dell’ottica ed è stato consulente artistico della società romana Ke.is Media (Versiliana Festival). Per quanto riguarda l’attività di formazione, è insegnante di recitazione all’Accademia dei Filodrammatici, e membro dell’Advisory Board (consiglio artistico) di Ecole des Ecoles (network europeo per la formazione d’eccellenza nelle arti performative), di cui fanno parte, oltre all’Accademia, la Guildhall School di Londra, l’Ecole du Theatre National de Stasbourg, la Statens Skolen di Copenhagen, la RESAD di Madrid e varie altre realtà europee.

Collabora inoltre con l’Accademia d’Arti e Mestieri del Teatro alla Scala, su progetti didattici (è docente e ideatore del progetto L’azione di Regia per il corso scenografi/costumisti) e multimediali (Don Giovanni e Falstaff, CD rom interattivi). Per il Teatro Filodrammatici ha diretto con successo ANIMALI NOTTURNI di Juan Mayorga, LOVE AND MONEY di Dennis Kelly, SOSPETTI (SUS) di Barrie Keeffe, oltre ad aver scritto e diretto, WEPORN ispirato a Girotondo di Schnitzler, IL SUGGERITORE, instant play satirico, e IL PROCESSO DI K dal romanzo di Franz Kafka. Affianca all’attività teatrale la ricerca e la creazione di nuovi format comunicativi, ideando con Tommaso Amadio e Cristiana Giacchetti, il manifesto YES WE PORN, primo esempio di cross over tra spettacolo dal vivo e comunicazione virale su web. Per conto della società Commitment s.r.l. collabora alla creazione di moduli formativi su temi quali, team building, gestione di leadership e coaching, con diretto riferimento alla metafora teatrale.

 

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FORNO  OSVALDO

Nato a Rovigo nel 1939, Osvaldo Raffaele Forno si è diplomato all’Istituto d’Arte di Castelmassa e dal 1971 ha insegnato all’Istituto d’Arte Dosso Dossi di Ferrara. La parabola artistica di Forno è il risultato di un processo creativo che, nel tempo, non si è mai discostato da una coerentissima ricerca sulle forme e sul movimento della luce. Una continua sperimentazione linguistica, che partendo dalle avanguardie storiche è giunta a liberarsi di ogni orpello, per costituirsi come momento autonomo in uno spazio che sta tra il silenzio e lo sguardo. Forno è attratto dal movimento profondo e silenzioso che sollecita ogni cosa, tanto da avventurarsi alla ricerca di quello che c’era all’origine, prima della forma, perché forse a quei barlumi si finirà per ritornare. Si tratta di visioni che aspettano di sciogliersi in altre parvenze e trovare nuova vita. C’è, insomma, l’attesa di una forma, che finalmente permetta ai prototipi di cominciare a vivere e respirare in un mondo in cui è ammesso solo ciò che assomiglia a qualcosa. È, appunto, in questa attesa che la pittura si decanta ed è poi nel trapasso da una forma all’altra che si precisano nuove istanze cromatiche e la ricerca di una luce capace di dare senso a qualsiasi immagine. L’equilibrio si ottiene quando le forme si sintetizzano in moduli semplici e ripetitivi e tutti i colori dormono in un’attesa senza luce.

 

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FORTINI   don MARCO

(Fratta Polesine, 26 aprile 1784 – 28 maggio 1848)

 

Presbitero e patriota italiano, carbonaro, condannato a morte nel 1820, fu recluso nella fortezza dello Spielberg.

Nato in una povera famiglia contadina, studiò nel seminario vescovile di Adria grazie all'aiuto finanziario di una nobildonna veneta; fu ordinato presbitero il 18 marzo 1808 e nel 1818 fu nominato, oltre che insegnante, parroco della chiesa dei santi apostoli Pietro e Paolo di Fratta Polesine.

Nel 1817 fu iniziato da Antonio Villa alla Carboneria, una organizzazione alla quale aderivano molti fra gli scontenti della situazione politica dopo la Restaurazione, in particolare coloro che detestavano il dominio austriaco. A Fratta gli affiliati alle società segrete erano numerosi, quasi tutti amici o conoscenti di vecchia data che si riunivano attorno alla baronessa Cecilia Monti, moglie dell'ex generale napoleonico Jean Baptiste Arnaud e cospiratrice della società bonapartista épingle noire (spilla nera). Come nelle organizzazioni di Buonarroti, anche nella Carboneria gli adepti erano divisi in vari gradi: i membri dei gradi superiori della setta, detta Guelfia, aderivano a un programma radicale giacobino, quelli dei gradi inferiori a un programma costituzionale liberale. La maggior parte dei Carbonari della Fratta, tuttavia, non conosceva a fondo la missione della Carboneria. Fortini apparteneva a quest'ultimo gruppo: fece opera di proselitismo alla Carboneria, ma non andò mai oltre il grado di "apprendente".

L'11 novembre 1818 Fortini fu uno dei partecipanti a un convito di carbonari nella villa degli Arnaud. La delazione di uno dei partecipanti, forse un nipote di Cecilia Monti, portò la polizia alla scoperta della "vendita" di Fratta e all'arresto del Villa; costui rese ampia confessione e, fra i primi nomi, fece quello del Fortini, il quale il 7 gennaio 1819 fu arrestato con l'accusa di appartenenza alla Carboneria e apostasia della fede cattolica. Fortini negò l'apostasia, ma confessò l'appartenenza alla Carboneria del Polesine alla quale attribuì i caratteri di un'organizzazione filantropica sciolta all'inizio del 1817. Il 5 luglio 1820 il magistrato austriaco Antonio Salvotti lo costrinse a confessare perfino il giuramento di abiura alla religione, impostogli dal Villa al momento dell'affiliazione alla Carboneria, per cui il 29 agosto 1820 Fortini fu condannato a morte per alto tradimento insieme ad altri sette carbonari (Villa, Foresti, Solera, Oroboni, Bacchiega, Rinaldi e Lombardi). Il 29 ottobre 1821 la pena capitale fu commutata in quindici anni di reclusione nello Spielberg; Fortini subì inoltre anche la riduzione allo stato laicale inflittagli dal patriarca di Venezia Pyrker (24 dicembre 1821). Nello Spielberg la condotta del Fortini fu esemplare (per esempio, Silvio Pellico lo definì «uomo tutto religione e carità»). Liberato nel maggio del 1828, ritornò a Fratta. Il 27 maggio 1830 fu reintegrato nelle funzioni sacerdotali. Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Fratta.

 

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FOSCHINI   GAETANO

(Polesella, 25 agosto 1836 – Torino, 12 marzo 1908)

 

Musicista, compositore e direttore d'orchestra italiano. Ereditò dal padre organista e compositore di musica sacra la passione musicale e nel 1850, a solo quattordici anni, venne nominato organista nel duomo di Cologna Veneta, per dedicarsi più tardi alla direzione d'orchestra. Nel 1855 si trasferì a Milano e di lì viaggio a lungo, anche all'estero. Venne successivamente nominato direttore della scuola di musica di Asti e direttore delle stagioni liriche al Teatro Alfieri nel periodo 1875-1889. Diresse inoltre, dal 1889 al 1900, la banda cittadina e fu inoltre insegnante di armonia complementare al Liceo musicale di Torino. Nel gennaio 1899 vinse a Parigi il concorso indetto dal periodico La Tribune di St. Gervaise per la musica dei Quattro offertori dell'Avvento a voci sole. Compose moltissime opere in Italia e all'estero, balli goliardici, sinfonie, musica sacra, musica per pianoforte. Scrisse inoltre numerosi articoli scientifici-musicali su varie riviste e giornali italiani e stranieri.

 

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FOSSATI   GIGI

(1900-1986)

 

Un giornalista che si fermava a chiacchierare nei caffé, tra la gente, versatile nei rapporti umani e immerso completamente, anima e cuore, nella sua Rovigo. Una città che aveva fatto sua da quando vi era giunto con la famiglia spostatasi in Polesine da Chiappano (Vicenza) in seguito a varie traversie, mentre ancora rombavano i cannoni della prima guerra mondiale. Questo era Gigi Fossati, nato a Lonigo il 3 febbraio 1900 e vissuto nel capoluogo polesano fino alla morte giunta il 12 luglio 1986. Fossati era autodidatta, ma la sua passione era scrivere. Alla fine degli anni sessanta, Gigi Fossati, passava al mattino per raccogliere notizie di cronaca al pronto soccorso. Era arguto, spiritoso, erano davvero splendidi i suoi racconti e gli articoli che dipingono ancor oggi la vecchia Rovigo, il volto della città oggi ormai scomparso. Al Caffè Lodi, (sotto i portici di Palazzo Roncale) negli anni Venti, si scrivevano poesie ai tavolini di marmo. E poco distante, dove oggi è presente il negozio di ottica, in angolo a piazza Vittorio Emanuele, una camionetta americana non ha risparmiato un paracarro ben saldo al suolo.

“All’anagrafe Fossati era il più vecchio dei cronisti veneti, ma nella vitalità ancora il più giovane - racconta Gianantonio Cibotto -. La sua carica sanguigna e l’essere scettico lo proteggeva da scossoni fatali. Prima fattorino, poi impiegato comunale; all’ufficio del mercato annonario di giorno e poi, di notte, a scrivere per Carlino e per il Gazzettino, Fossati non trascurava le partite nottambule a scopone, al bar Nazionale. Nelle sue poesie emerge, garbo, finezza, ironica malinconia”.

Era famoso per le sue strane trovate pubblicitarie, per rilanciare esercizi commerciali in crisi o particolari prodotti poco venduti: “A chi acquista una lapide da adulto ne regaliamo una da bambino” aveva scritto per Beppe Valente, quando in città sembrava non morire più nessuno; mentre, per un prodotto farmaceutico, Fossati aveva osato: “Piace, purga e non disturba”.

Ebbe la nomina a socio accademico dell’Accademia dei Concordi; una biografia scritta dall’amico Luigi Mutterle; pubblicò otto libri e scrisse sei canzoni, musicate da Steno Sandoli, alcune delle quali ormai famose e degne di assumere la veste di canzoni nazionali della gente polesana.

Lui era un uomo un po' così, passeggiava per le vie del centro, oppure si sedeva a un tavolino all’aperto, sul tavolo la tazzina di caffè e le mani che stringevano il taccuino, la penna, gli occhi fissi sul foglio che si riempiva lentamente di parole; o davanti alla propria macchina da scrivere con i tasti rumorosi e l’odore di inchiostro.

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FRACCON   TORQUATO

(Pontecchio Polesine, 29 dicembre 1887 – Campo di concentramento di Mauthausen-Gusen, 1945)

 

Partigiano e politico italiano, iscritto all’Albo dei giusti tra le nazioni a Yad Vashem per la sua opera a favore degli ebrei durante l’Olocausto, per la quale fu arrestato e morì nel campo di concentramento di Mauthausen in Austria.

Partecipa alla prima guerra mondiale, finita la quale diventa funzionario della Banca Cattolica del Veneto. A Vicenza diventa un esponente di spicco della Democrazia Cristiana.

Subito dopo l'(8 settembre 1943) contribuisce a costituire il CLN vicentino e opera concretamente alla formazione del battaglione partigiano autonomo "Valdagno", comandato da Gino Soldà.

Conosce il professore Reichenbach ed inizia l'aiuto nei confronti di ebrei, ricercati politici, militari alleati nel fuggire in Svizzera.

Viene catturato dalle autorità nazi-fasciste una prima volta assieme al figlio Franco nel gennaio 1944; rilasciato, nell'ottobre 1944 viene arrestato nuovamente questa volta assieme alla famiglia. Con il figlio, viene deportato nel campo di concentramento di Mauthausen, da dove entrambi non faranno più ritorno, deceduti infatti, proprio sul finire della guerra, nel maggio del 1945. Nel 1955, l'Unione delle Comunità Israelitiche (poi Ebraiche) Italiane conferì a Torquato e Franco Fraccon una medaglia d'oro alla memoria in riconoscimento della generosa opera da loro prestata in favore degli ebrei. Il comune di Vicenza ha dedicato a Torquato Fraccon una via, mentre Franco ha ricevuto la laurea honoris causa in medicina dall'università di Padova, che frequentava prima della sua deportazione. La figlia di Torquato ha scritto un libro in memoria del padre: Graziella Fraccon Farina, Torquato Fraccon e il figlio Franco, Edizioni 5 lune, Roma 1968. Il 31 maggio del 1978, Yad Vashem ha riconosciuto Torquato Fraccon come Giusto tra le Nazioni. Dossier 1894.

 

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FRANZOLIN   SILVANO

(Pettorazza Grimani, 3 aprile 1941 -  Palermo, 16 giugno 1982)

 

Il 18 novembre 1959 venne arruolato nell’Arma dei Carabinieri quale Allievo Carabiniere a piedi ed ammesso a frequentare il corso d’istruzione presso la Scuola Allievi Carabinieri di Torino. Al termine del ciclo formativo, integrato presso la Scuola Allievi Carabinieri di Roma per il passaggio nell’Arma a cavallo, fu promosso Carabiniere il 31 agosto 1960 e destinato, il 30 novembre successivo, al Gruppo Squadroni Carabinieri a Cavallo in Roma. Successivamente prestò servizio presso le Stazioni Carabinieri di Brescia dal 30 giugno 1961, Butera (CL) dall’8 marzo 1964, Calatafimi (TP) dal 17 ottobre 1964, Aidone (EN) dal 7 settembre 1967, Tortorici (ME) dal 21 marzo 1968, Maniace (CT) dal 15 aprile 1970 e ad Enna dal 4 maggio 1979, dove restò fino al tragico 16 giugno 1982, data in cui compì l’atto di valore per il quale venne insignito della Medaglia d’Oro al Valor Civile “alla memoria”. Nel frattempo aveva ottenuto le promozioni a Carabiniere Scelto il 31 agosto 1974 e ad Appuntato il 1 settembre 1974.

Medaglia d’Oro al Valor Civile “alla memoria”: “Nel corso di un servizio di scorta, veniva raggiunto da numerosi colpi d’arma da fuoco esplosigli contro da alcuni malfattori, al fine di uccidere il detenuto tradotto. Sebbene gravemente ferito, fuoriusciva dall’auto impugnando l’arma in dotazione per affrontare gli aggressori ma, colpito a morte, si accasciava al suolo. Splendido esempio di sprezzo del pericolo ed alto senso del dovere, spinti sino all’estremo sacrificio”.

Fu definito strage della circonvallazione l'attentato mafioso che venne messo in atto il 16 giugno 1982 sulla circonvallazione di Palermo. L'attentato era diretto contro il boss catanese Alfio Ferlito, che veniva trasferito da Enna al carcere di Trapani e che morì nell'agguato insieme ai tre carabinieri della scorta (Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca) e al ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti, il quale aveva sostituito il padre. Di Lavore ebbe la medaglia d'oro al valor civile. Il mandante di questa strage era Nitto Santapaola, che da anni combatteva contro Ferlito una guerra per il predominio sul territorio etneo.

 

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FUÀ FUSINATO    ERMINIA

(Rovigo, 23 ottobre 1834 – Roma, 30 settembre 1876)

 

Erminia Fuà Fusinato nacque in una famiglia borghese. Il padre, Marco Fuà, svolgeva la professione di medico. Quando Erminia era ancora molto piccola la famiglia si trasferì a Padova dove nacquero le sue sorelle (Elvira e Luisa), ed i suoi fratelli (Eugenio ed Enrico). Lo zio Benedetto si occupò dell'educazione elementare di Erminia, dedicandole stimoli attenti ed efficaci per lo sviluppo del suo intelletto. La fanciulla fu introdotta allo studio dell'Ars Poetica proprio dallo zio. Fu la passione per la poesia a favorire l'incontro tra Erminia e Arnaldo Fusinato, che avvenne nel 1852, quando Arnaldo era già un poeta affermato nel Regno Lombardo Veneto. Presto i due si innamorarono, ma quando annunciarono la decisione di sposarsi, la reazione della famiglia di Erminia fu drastica: il padre,in particolare,si dimostrò contrario, in primo luogo per la differenza di età esistente tra i due, in secondo luogo per la diversa fede religiosa. La famiglia di Erminia era infatti di religione ebraica (anche se non di stretta osservanza religiosa), Arnaldo invece era di religione cattolica.

Nel 1856 Erminia si trasferì a Venezia, in casa di uno zio paterno dove, dopo la conversione al cattolicesimo della ragazza, si celebrò il matrimonio. Gli sposi andarono a vivere a Castelfranco Veneto a casa della contessa Teresa Coletti Colonna, prima suocera di Arnaldo (che era vedovo della contessina Anna Colonna). Nell'autunno del 1856 si recarono in Friuli Venezia Giulia in viaggio di nozze, ospiti di Ippolito Nievo, amico di Arnaldo. Negli scritti pedagogici di Erminia troviamo le idee di una donna anticonformista, lontana dal modello femminile presente all' epoca.

Erminia non sembra essere consapevole dell'aspetto innovativo del suo comportamento e delle sue scelte di vita. Nel periodo storico nel quale è vissuta Erminia Fuà Fusinato alle donne era permesso di coltivare interessi soltanto in ambito domestico: le attività predilette erano il ricamo, il disegno, la scrittura. L'educazione ricevuta dallo zio Benedetto e la assidua frequentazione della biblioteca del padre (che le trasmise la passione per la botanica) permisero ad Erminia di sviluppare una concezione della donna molto innovativa. A quel tempo era inconcepibile per la gran parte degli uomini borghesi che le donne potessero avere opinioni pertinenti su questioni politiche,eppure Erminia le aveva. Con il marito Arnaldo ella condivideva oltre la passione per la poesia, anche un certo patriottismo antiasburgico.

Il matrimonio non approvato dalla famiglia è sicuramente un aspetto che denota grande emancipazione da parte di Erminia. In un tempo in cui è ancora forte la tradizione di gestire da parte dei genitori i matrimoni dei figli possiamo notare come la libera decisione di Erminia anticipa di oltre un secolo forme di emancipazione femminile. Possiamo definire il suo un femminismo liberale, moderato e non radicale in quanto ella non rivendica per le donne diritti ulteriori se non quello di istruirsi di più e meglio; inoltre non troviamo nei suoi scritti intenti di rovesciamento dell'ordine patriarcale vigente. Fu tra le scrittrici basilari della storia della letteratura italiana dell'Ottocento.

 

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FUSETTI   ENOS

(Ariano Polesine, 27 novembre 1917 – Albania, 14 febbraio 1941)

 

Il Sottotenente Enos Fusetti, morto in Albania il 14 febbraio 1941, durante la campagna di Grecia della Seconda Guerra mondiale, è stato particolarmente celebrato ad Ariano nel Polesine, sua terra natale. Nella casa Comunale è stata scoperta una bacheca contenente tutti gli effetti personali dell’Eroe, compresa la Medaglia d’Argento al valor Militare, attribuitagli “alla memoria”, per il fatto d’armi di Mali Scindeli, e l’attestato dell’Istituto del nastro Azzurro che attribuisce al Sottotenente Fusetti il Diploma Araldico, come previsto dal Regio Decreto del 13 novembre 1923 per i combattenti decorati al Valor Militare.

Enos Fusetti nacque a Crociara di Ariano nel Polesine, in provincia di Rovigo, il 27 Novembre 1917, in piena Prima Guerra mondiale ed in concomitanza con il disastroso ripiegamento dell’Esercito Italiano dopo la rotta di Caporetto, quando il Polesine si trovò all’improvviso - e suo malgrado - immediata terra di retrovia. Il padre Telemaco, che combatteva al fronte, gli volle attribuire anche un secondo nome: Cirillo, per onorare il valore del proprio diretto superiore.

Vent’anni dopo il giovane Enos Cirillo, con l’abilitazione magistrale in tasca, riveste il grado di caporale, frequenta ad Arezzo il Corso per Allievi ufficiali di Complemento dell’Arma di fanteria e presta iniziale servizio di prima nomina nella “Regina delle Battaglie” a Polcenigo, in provincia di Udine. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale è mobilitato sul fronte occidentale operando con il IV Corpo d’Armata nel settore del Monginevro, dove è leggermente ferito. Dopo l'esperienza francese gli viene concessa una licenza che trascorre a Biella perché la famiglia nel frattempo si era trasferita nel Piemonte. Quindi è inviato in Albania per le operazioni contro la Grecia. I fatti che lo videro protagonista si riferiscono alla Battaglia di Telepeni, una città dell’Albania meridionale posizionata alla confluenza dei fiumi Drynos e Vojussa. Il 9 Febbraio 1941 i Greci sferrarono l’attacco decisivo su Tepeleni, riuscendo il giorno 14 a conquistare la vetta del monte Scindeli. Ebbene, proprio a quota 1540 di Mali Scindeli, e proprio il 14 Febbraio 1941, Enos Fusetti cadde mortalmente colpito, contribuendo però in modo decisivo ad arrestare quella che sembrava essere una vittoria greca. Il corpo del Fusetti non venne raccolto subito, restò con altri coetanei tra le nevi ed il ghiaccio della montagna. Solo successivamente fu sepolto in un piccolo cimitero di guerra, con la dignità di un’esile croce di legno. Vent’anni più tardi fu trasferito nella sua terra natale. Il giorno prima delle esequie fu vegliato da tutta la cittadinanza che si strinse attorno alla famiglia per l’intera nottata. Domenica 23 Aprile 1961, con un concorso eccezionale di popolo, accompagnato a spalla dagli amici e con la scorta d’onore dei Carabinieri, venne sepolto nel cimitero di Santa Maria in Punta, mentre la banda intonava l’Inno del Piave.

 

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